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In data 21 settembre 2005 gli Amici della Cultura hanno avuto il piacere di poter ammirare in anteprima il riallestimento di cui il secondo piano del Museo Civico d’Arte di Pordenone è stato protagonista durante la stagione estiva appena trascorsa. "Cicerone" d’eccezione è stato il Conservatore di Palazzo Ricchieri, dott. Angelo Crosato che, munito di progetti e dettagliata documentazione, ha esposto e chiarito i motivi dei vari spostamenti che hanno interessato le opere, presentato le innovazioni apportate da tecnici ed architetti ed inoltre raccontato piacevoli "retro scena" avvenuti durante i lavori, attività a cui anche parte dei nostri associati hanno partecipato con notevole impegno ed eccellenti soddisfazioni.
Verso la fine di ottobre verrà inaugurato ufficialmente il nuovo allestimento del

Museo Civico, per l’occasione parteciperanno all’evento personaggi e nomi noti in ambito culturale ed artistico: per questo motivo mi sembra doveroso solo accennare alle novità di Palazzo Ricchieri per non rovinare la splendida presentazione che verrà fatta dando importanza al lavoro di tanti esperti ed appassionati che hanno partecipato a questo evento.
«foto2»Come già in passato il percorso espositivo del Museo prevedeva, la visita parte sempre dal secondo piano (quello al centro della rielaborazione) che oggi, nelle sei sale, comprende e presenta opere che dal primo secolo dell’anno Mille giungono fino alla fine del XVI secolo.
La prima stanza, ora dedicata esclusivamente alla scultura lignea, vede tra le opere la Madonna con il Bambino di fine XV sec. recentemente attribuita al Bellunello, uno dei maggiori esponenti del rinascimento pittorico friulano, la cui attività di scultore ed intagliatore è per lo più ignota. La scultura, in legno policromo e dorato, di impianto plastico energico, ha riscontri indubbi dal punto di vista stilistico e compositivo con l’unica opera certa del maestro ossia la Madonna con il Bambino ora nella chiesa di Cavarzano.
Nella seconda sala spicca invece una recente acquisizione di inestimabile valore: una Madonna con il Bambino realizzata in legno policromo e risalente al 1190 circa. Proveniente dall’area aquileiese e rinvenuta in una collezione privata friulana, è caratterizzata da quella solenne severità tipica della metà del XII secolo, con un indubbio riferimento compositivo proveniente da una "Maria lactans"; l’antica collocazione è probabilmente da ipotizzarsi nel santuario mariano dell’isola di Barbana vicino Grado: qui si è a conoscenza del culto di una statua lignea della Vergine cominciato nel 1237 ed ancor oggi dedicato ad una madonna lignea rinascimentale del tutto simile alla nostra nei moduli compositivi.
La terza sala, la più vasta del piano, per problemi di dimensioni continua ad ospitare, benché in un’altra posizione e con una nuova illuminazione del tutto innovativa, la stupenda opera che comprende Madonna con il Bambino in trono e santi, Compianto su Cristo morto, Adorazione della Trinità del 1509 circa, già nota come Altare di Valeriano poiché proveniente dalla Chiesa di Santa Maria dei Battuti di Valeriano (Pn). Splendida opera di Giovanni di Domenico da Tolmezzo, l’altare comprende nella predella della base la raffigurazione della Trinità fra due schiere di confratelli (uomini e donne della Confraternita dei Battuti), il Compianto su Cristo morto nell’edicola centrale e, nella parte superiore, la Madonna in trono con il Bambino e santi, sormontata da cimasa con cornucopie affrontate, volute vegetali e cantaro centrale. Nella predella la presenza di due stemmi della famiglia Savorgnan attesta senza ombra di dubbio la loro committenza. L’abbondante uso dell’oro nella composizione dell’altare rende l’effetto complessivo esaltato e ben ornato. Al centro della sala una struttura tondeggiante di carattere prettamente moderno funge da fonte battesimale e, richiamando l’originale lapideo eseguito dal Pilacorte nel 1506 per il Duomo di Pordenone, mette in risalto le 4 portelle del Pordenone (in origine un tuttuno con il battistero) pervenute in deposito al Museo già negli anni ’70. Le tavole, risalenti all’incirca al 1534, rappresentano i momenti fondamentali dell’iconografia del Battista, ossia il suo miracoloso reggersi in piedi subito dopo essere stato partorito da Santa Elisabetta, la predicazione dell’avvento di Cristo, il battesimo del Redentore per mano di Giovanni stesso ed infine la decapitazione del santo. La collocazione delle portelle in una struttura simile all’originale e posizionata inoltre alla medesima altezza, da nuovamente al visitatore il giusto punto di vista studiato accuratamente dal de’ Sacchis durante la realizzazione dell’opera.
La quarta stanza, all’interno della nuova collocazione delle opere, tra queste vede risaltare in una parete a se stante la splendida Annunciazione del Savoldo risalente alla prima metà del ‘500, a mio avviso uno dei fiori all’occhiello in custodia al Museo. Il dipinto, ritrovato nella chiesa parrocchiale di Ghirano di Prata dopo una ricognizione condotta dal dott. Ganzer sulle opere d’arte veneziane trasferite in Friuli dopo le soppressioni di edifici di culto in periodo napoleonico, apparteneva originariamente alla chiesa veneziana di San Domenico di Castello. Una scritta ottocentesca, posta sul retro della tela, testimonia ancor oggi la paternità del dipinto al suddetto edificio religioso officiato dall’Ordine dei Predicatori, chiuso al culto e demolito nel 1806. L’Annunciazione, la cui citazione più datata risale al Sansovino verso la fine del 1500, dopo varie vicissitudini approdò al Museo Civico d’Arte di Pordenone nel 1984, concessa in deposito dalla Soprintendenza di Venezia.
La quinta sala, non molto spaziosa ma abilmente organizzata, custodisce ora il Tesoro del Duomo di Pordenone, riservando un’unica bacheca al Reliquiario di San Giacomo Minore, splendido esempio di arte orafa. La testa reliquario, ricavata a tutto tondo e rifinita da particolari incisioni a sbalzo e cesello, risale presumibilmente alla fine del XIV secolo e affianca una serie di calici, ostensori, reliquiari ed altri oggetti sacri molto importanti per la storia dell’oreficeria.
Il percorso espositivo al secondo piano del Museo Civico, sapientemente reimpostato grazie al nuovo allestimento, termina nella sesta sala dove tra le opere spicca una coppia di santi in legno policromo datati verso la fine del XVI secolo ed attribuibili ad un maestro intagliatore friulano. Santo Stefano e San Nicola di Bari, provenienti da un capitello stradale di Taurino di Spilimbergo ma di appartenenza dell’antico altare maggiore parrocchiale, spiccano per l’essenzialità ed il robusto plasticismo accoppiato all’espressione naturalista dei volti ed alla linearità delle vesti.