La mostra, centrata sugli autoritratti e ritratti riconosciuti senza ombra di dubbio quali classici luoghi estetici, ha voluto essere il pretesto per far conoscere principalmente al pubblico pordenonese parte delle collezioni che già appartengono al Museo Civico d’Arte di Pordenone. Le opere in questione sono custodite prevalentemente nei depositi di palazzo Ricchieri e purtroppo non sono esposte permanentemente nelle sale del Museo per puri problemi di spazio.

I suddetti capolavori, presentati per lo più in occasione di eventi particolari e mostre, fanno parte di quel patrimonio artistico riferibile al periodo contemporaneo che va dalla fine dell’Ottocento agli anni ’80 del secolo scorso. Tutti questi ritratti e molte altre opere ancora, sono il frutto di quelle collezioni, arricchitesi negli anni grazie a donazioni, lasciti e acquisti del Museo d’Arte, che presto verranno destinate alle sale espositive di quella che sarà la futura Galleria di Arte Moderna che avrà sede in Villa Galvani.

Tornando alla mostra sui Volti dell’Arte, possiamo affermare che è stata una vera e propria impresa, tra l’altro riuscitissima, quella di dover descrivere un periodo storico nel Friuli occidentale ben preciso, che va dal 1882 al 1984: in supporto alle 14 opere nelle tecniche dell’olio, dell’acrilico, del pastello e del disegno in possesso del Museo Pordenonese bisogna ricordare che sono stati gentilmente prestati molti altri quadri, sia da collezionisti privati che da altre strutture museali quali ad esempio la Galleria d’Arte Moderna di Udine, arrivando ad una quarantina di pezzi esposti. La mostra espone un genere di opere particolari, autoritratti e ritratti d’artisti, si ha infatti la possibilità di entrare nella vita dei pittori essendo questi stessi sia gli autori che i soggetti delle opere in questione. Inoltre questo filone artistico è da considerarsi già molto impegnativo proprio dal punto di vista della realizzazione, fare un ritratto o autoritratto è più difficile rispetto al creare ad esempio un paesaggio o una natura morta: infatti in questi ultimi la capacità di stesura e la sensibilità cromatica possono bastare a dare un buon risultato, ma in un ritratto se non si è capaci di afferrare i moti dell’anima e l’espressività del soggetto il risultato sarà sicuramente poco interessante e dignitoso, ossia un mero e diligente lavoro accademico. Inoltre si è voluto trattare e chiarire un periodo storico diciamo poco conosciuto e discusso, infatti in riferimento a questa epoca possiamo citare solo tre precedenti mostre: Capi d’opera in Provincia, pittura e scultura a Pordenone dal 1945 agli anni ’80 realizzata a Villa Varda nel 1991, I colori della terra, arte e vita contadina nella Destra Tagliamento esposta sempre a Villa Varda nel 1997, ed infine Le carte segrete, cento disegni dal Friuli Occidentale fatta invece recentemente alla Galleria Sagittaria di Pordenone nel 2004.

La visita guidata alla mostra, e dedicata agli "Amici della Cultura", ha voluto essere non solo un momento di aggregazione tra i soci ed una trattazione dell’argomento in questione, ma soprattutto un giro "dietro le quinte" tra Museo, mostra, opere, allestimenti ed organizzazione, ossia sicuramente quel che di più vivo c’è nella realizzazione di ogni singolo evento espositivo.

- Pio Rossi (Forlì 1886-Pordenone 1969): pittore, organizzatore di mostre, insegnante e preside, presente sulla scena pordenonese dai primi anni ’20 ai ’60 del secolo scorso. Il suo autoritratto, 1914, il più antico degli esposti e opera in copertina sul catalogo e sui manifesti, non è da ammirare solo come opera di artista ma anche come risultato di un autore che si fa conoscere nell’ambiente culturale per l’impegno organizzativo e per i suoi vari dibattiti. Tra le varie cose organizzò nell’immediato dopoguerra (1949) la prima mostra che fece il punto della situazione dell’arte contemporanea locale presentando i più importanti artisti allora operanti. Questo Autoritratto fu dipinto poco prima di trasferirsi a PN dalla natia Romagna: il risultato è quello di un’arte succosa e matura con pennellate dense e corpose. C’è un forte senso di realtà, con atteggiamento intento e sguardo pensoso
- Armando Pizzinato (Maniaco 1910-Venezia 2004), allievo del Rossi, frequentò lo studio dello stesso prima di iscriversi all’Accademia di VE: questo episodio della sua carriera lo influenzò come si può ammirare nelle più antiche opere rimaste risalenti al 1925-26. Nell’Autoritratto del 1932 (Museo Civico PN) invece è superato ogni residuo ottocentesco, è presente gusto cromatico è nettezza timbrica degli accostamenti
- Ado Furlan (1905-1971) al di là dall’essere noto come scultore, fu anche organizzatore di mostre, scrittore di note critiche e fondatore della galleria ?Il Camino? sempre presente nelle emergenze culturali della nostra città. Sono presenti tre disegni che lo riguardano: un Autoritratto ( penna e inchiostro su carta) di fine esecuzione e intenta introspezione, uno schizzo di Luigi Montanarini (FI 1906-Roma 1998) che lo riprende mentre lavora alla fontana del cinghiale ? dunque un fresco appunto di cronaca - a Roma nel 1942 e un suo ritratto opera di Angelo Savelli (Pizzo Calabro 1911-BS 1995), eseguito sempre a Roma nel 1939, dove Ado si trovava per studio e lavoro avendo vinto la borsa Marangoni di Udine: quest’ultimo disegno a penna e inchiostro su carta lo coglie nell’atteggiamento di attenzione ad una domanda o di pronta risposta ad una battuta
- Luigi De Paoli (Cordenons 1857-1947) decano degli scultori friulani tra classicismo e simbolismo qui presente con tre bei ritratti. 1^ opera di Alessandro Milesi (VE 1856-1945) che ha un anno in più del De Paoli, ritrae quindi un coetaneo: lo rappresenta con una giovanile fierezza giusta da attribuirgli e che lo stesso milesi condivideva; volto puntuto, baffi energici e pizzo squadrato, emergente da uno sfondo la cui oscurità è necessaria sottolineatura della luce che gli appare in volto. 2^ opera di Giacomo Bront (1885-1973), pittore cividalese attento alla verità fisionomica dei soggetti; qui il De Paoli, anziano, dimostra equilibrio e padronanza di sé. 3^ opera di Umberto Martina (Budoia 1880-Tauriano 1945), forse la più bella: qui lo scultore ha sguardo penetrante, esperto, ma appare stanco e desideroso di concentrarsi in se stesso; la luce indugia sul volto ma definisce il carattere saggio e severo, pur malinconico ma consapevole
- Umberto Martina (Budoia 1880-Tauriano 1945) notissimo ritrattista e pittore: ritrasse varie volte suoi compagni d’arte e si fece ritrarre. Questo Autoritratto è veritiero soprattutto nell’immagine psicologica: fu infatti persona dignitosa, ruvida di carattere ma d’animo buono come tutti i pittori, un buon burbero aperto a suggerimenti ed ospitalità verso i più giovani colleghi; qui ha volto deciso e sguardo dritto
- Virgilio Tramontin (San Vito 1908-2002) fu allievo e amico di Martina: abbiamo infatti in mostra un suo ritratto eseguito da Umberto Martina datato 1933, un carboncino su carta di fattura larga e sicura. Tramontin, come si può vedere in molti suoi studi preparatori per figura, dà ottime prove di se proprio nel bianconero. Egli stesso ritrasse più volte Martina: in Mostra abbiamo Martina a Portogruaro del 1938 eseguito quando maestro e allievo, con Armando Buso, lavoravano nella decorazione della cupola del Duomo con le figure degli evangelisti. Abbiamo inoltre una piccola acquaforte del 1976 intitolata Il Maestro: qui è rappresentato con l’inseparabile pipa, è inoltre caratteristica la magistrale e morbida ricchezza tonale, nonché la ricca vitalità fisionomica. Vi sono inoltre due autoritratti di Tramontin, una acquaforte ed un acrilico su tavola, ed ancora un disegno che ritrae Federico De Rocco a quindici anni, quando ancora giovanissimo, aveva già manifestato la sua vocazione per la pittura, infine un disegno dedicato al suo grande amico e coofondatore dell’"Associazione incisori veneti" Tranquillo Marangoni. Tutte queste sono opere dalla capacità poetica, in particolare il disegno del De Rocco di esecuzione diligente ma intensa, ricca di serietà morale ed umana del soggetto, la stessa presente poi nell’opera pittorica. Straordinario l’autoritratto ad acquaforte, netto e penetrante nell’ immagine e nello sguardo e lo stesso vale per l’acrilico, una pittura densa di introspezione, ricca di sguardi acuti e miti. Infine il disegno dedicato a Marangoni (1960) è una sorta di bonaria caricatura
- Tranquillo Marangoni (Pozzuolo del Friuli 1912-Ronco Scrivia 1992), tra i maggiori xilografi italiani del Novecento, fu infaticabile promotore culturale e artista legato al territorio sanvitese per ragioni di arte e amicizia. Qui è presente con un autoritratto nitido e secco che individua esattamente un carattere forte, passionale, deciso e ricco di umanità
- Armando Buso (Oderzo 1914-1975) discepolo di Martina e amico di Tramontin di casa nel sanvitese per mostre e frequentazioni, fu un formidabile disegnatore ricco di desolata umanità soprattutto nelle carte del dopoguerra. Qui vediamo due ritratti a carboncino, uno di Martina (1940) e uno di Tramontin (1936), lontani dalla maturità segnata da Gauguin e Gino Rossi, ma ugualmente ricchi di tecnica e risultato
- Federico De Rocco (Turrida di Sedegliano 1918-San Vito 1962) già trovato prima con Tramontin, fu tra i fondatori della celebre ?Academiuta di Lenga furlana? attraverso la quale Pasolini rinnovò profondamente la poesia della regione. In mostra due testimonianze straordinarie: il Ritratto di Pier Paolo Pasolini che gli fece il De Rocco (1947), ben risolto nei toni ruvidi e caldi dell’affresco, e un Autoritratto di Pasolini stesso, intenso nella sua ricca e voluta povertà, con un’intima apertura sulla monacale stanzetta campagnola. Ancora del De Rocco l’Autoritratto del 1940, assai giovanile ma saldo e vivo con occhi fermi che interrogano lo spettatore
- Toffolo Anzil (Monaco di Baviera 1911- Tarcento 2000), amico del Pasolini, qui lo riprende a memoria pochi anni dopo la sua morte in Ritratto di Pier Paolo Pasolini. Più importante però l’Autoritratto dello stesso Anzil, uno della lunga serie che fece per studiare la propria fisionomia, avvolte stravolgendola nelle espressioni arrivando quasi a caricatura
- Angelo Variola (Bagnarola di Sesto al Reghena 1906-Cordovado 1979) pittore di segno e colore modernissimo, qui con un Autoritratto del 1953 fatto a carboncino in secca sintesi di sapore cubista
- Augusto Culòs (San Vito 1903-1975), pittore diseguale ma efficace qui con un Autoritratto del 1941 ricco di sobria luminosità classica
- Luigi Zuccheri (Gemona 1904-VE 1974) di radici tardo ottocentesche, che al tempo della guerra volse la sua pittura in senso scenografico, psicologistico e di felice scioltezza. Qui è presente con Autoritratto con falchetto, in linea con la sua passione per gli uccelli
- Luigi Vettori (Santa Lucia di Piave 1914- fronte greco 1941) pittore dottissimo morto in guerra: con lui ci si sposta dall’enclave sanvitese tornando agli anni trenta pordenonesi. L’Autoritratto esposto, risalente verso la metà degli anni trenta, ha freschezza esecutiva e già maturità nonostante la giovane età
- Mario Moretti (Reggio Emilia 1917), amico dello stesso Vettori, durante la guerra fu fatto prigioniero e internato in Germania: di quel periodo è l’Autoritratto a penna presente in Mostra (1944), commovente ed importante testimonianza di un momento storico terribile; l’altro Autoritratto questa volta opera ad olio, risale invece al dopoguerra e mostra la semplificazione narrativa dei tratti fisionomici ed un gusto goloso del colore, sua netta caratteristica
- Giorgio Bordini (Pordenone1927-2002) fissato con robuste scansioni e colori vivi come dimostra il piccolo Autoritratto
- Angelo Giannelli (Pasiano 1922) presenta un Autoritratto caro alla sua arte netta e precisa: volto intento, concentrato e pensoso, colore nelle variazioni espressioniste tipico della sua pittura
- Mariateresa Gerbino (Modena 1928) con un Autoritratto di raffinata fattura, dai colori suntuosi e delicati, ricco di significati simbolici
- Angiolo D’Andrea (Rauscedo 1880-1942) artista che visse quasi sempre a Milano e si caratterizzò per una intensità cromatica di gusto sicuro; in questo Autoritratto da una immagine romantica e rende una vera psicologia artistica
- Vittorio Cadel (Fanna 1884- Macedonia 1917) aviatore nella prima guerra mondiale dove morì, ebbe gusto decisamente simbolista; in questo Autoritratto si presenta di scorcio, in atteggiamento e risultato esistenzialmente molto credibile
- Tullio Silvestri (VE 1880- TS 1963) pittore amante di soggetti popolari e di paese, tra naturalismo e simbolismo; il suo Autoritratto classicamente ?en artiste? è di fattura larga felice e sapiente
- Eugenio Polesello (PN 1895 ? TO 1983) coniugò il colore veneto con la solida struttura del ?novecento? in molti bei paesaggi
- Alfredo Beltrame (Lipsia 1901 ? MI 1996), di famiglia maniaghese, negli ultimi anni riuscì a far conoscere la sua sapiente pittura anche in terra d’origine. L’ Autoritratto del 1945 è tagliato nello stile del linguaggio d’arte contemporanea
- Luigi Diamante (UD 1904 ? Fossalta di Portogruaro 1971) elaborò una pittura del tutto friulana, virando verso un espressionismo di vibranti colori come si ammira nel suo Autoritratto
- Afro Basaldella (Udine 1912- Zurigo 1976): è fra i massimi esponenti dell’astrattismo italiano. Dopo gli studi a Venezia e Firenze, aveva frequentato nel 1932 a Milano, col fratello Mirko, lo studio di Arturo Martini. Dal 1934 si era stabilito a Roma. Partecipa alle vicende del tonalismo romano (con Cagli) che interpreta con accenti di colorismo veneto. La nuova ricerca di sintesi lineare sfocia dal 1947 nell’astrattismo: è decisivo nella formazione del suo linguaggio astratto il lungo soggiorno compiuto nel 1950 negli Stati Uniti. Ma la sua è una linea "italiana", intrisa di luce, attenta a larghi accordi di ritmo, che s’imporrà a livello internazionale: infatti nel ’56 vince il primo premio per un pittore italiano alla Biennale di Venezia e nel ’58 quello per un grande murale per l’Unesco a Parigi. Nel 1955 le opere Libro giallo e Ragazzo col tacchino vengono acquisite dal Museum of Modern Art di New York, mentre nel 1960 a New York Afro vince il Premio Guggenheim con l’opera L’isola del Giglio. Nel 1969 inizia a realizzare opere prevalentemente monocromatiche e dalla forme molto controllate, infine nel 1971 vince a Roma il premio nazionale di pittura ?Presidente della Repubblica?. Qui in mostra gli organizzatori sono riusciti a recuperare un affascinante, anche se malridotto, Autoritratto, disegno datato 1943. In quell’anno Afro, e con lui amici quali Pizzinato e Guttuso, si evolve verso stilemi cubisti dando al segno un carattere geometrico e schematico, cosa che si può notare proprio in questo esempio. Altra opera in mostra è un Autoritratto fatto a modi caricatura, in una inedita veste di Afro versione militare eseguita assieme a Cagli nel 1935 a Casarsa. Consapevoli della loro dignità d’artisti e particolari nella sconosciuto abbigliamento militare, si ritraggono con una caricatura di forte impatto, lontana dal rigoroso esercizio di stile che in quegli anni eseguivano, stile che non era altro che una riscoperta delle proporzioni matematiche e classiche delle forme e dei volumi sino ad un linguaggio depurato e sintetico
- Corrado Cagli (Ancona 1910? Roma 1976): nel 1915 la famiglia si trasferisce a Roma dove Corrado compie gli studi classici, frequenta lo studio del vecchio maestro Paolo Paschetto e l’Accademia di Belle Arti. Diciassettenne è già attivo nel mondo artistico romano con la realizzazione di due murali, seguiti dagli 8 quadri ad affresco nella casa Maravelli-Reggiani a Umbertide quando dirige, tra il ’28 e il ’30, la fabbrica ceramica Rometti (SACRU). Già dalle prime opere emerge il carattere irrequieto e sperimentatore che usa con disinvoltura, ricco di tecniche ed espressioni diverse per comunicare un concetto globale dell’arte. La prima personale, a due con la Pincherle, e la collettiva con Capogrossi e Cavalli, lo consacrano alla Galleria La Cometa di Roma, inaugurando il sodalizio che lo porterà all’elaborazione dei fondamenti del "tonalismo", della poetica del ?primordio?, cui tuttavia si distaccherà poi sostanzialmente, e alle mostre del ?33 alla Galleria del Milione a Milano e alla Galleria Jacques-Bonjean di Parigi, dove Waldemar George, nella presentazione in catalogo, conia l’espressione "Ecole de Rome" . Il murale provocatorio Muri ai pittori alla Triennale di Milano dello stesso anno è seguito da un articolo illuminante per la sua intera impostazione artistica che scatenò tante polemiche e fu una delle cause dell’ostracismo razziale contro Cagli costretto, nel ?38 a trasferirsi a Parigi partendo poi, cittadino statunitense, con l’esercito americano. L’essere punto di riferimento per i giovani artisti romani, tra cui Afro, Mirko e Guttuso, lo trasforma, al ritorno in Italia (?47-?48) nel ruolo di artista-animatore, trovando nel teatro l’espressione più idonea alla realizzazione di un’opera sempre più incisiva e comunicativa. Sono gli anni dell’?archetipo?, ?terza via? tra ragione e sentimento, che costruisce l’immagine dal processo di riappropriazione autonoma della coscienza rispetto ai dati della memoria e del fenomeno sedimentati nell’acquisizione mediata della storia. In questa sorta di "scandaglio psichico" e nel procedimento a logiche ?multiple? risiede l’origine ciclica delle opere, tra cui ricordiamo l’ultima, la serie dei "Guerrieri". Negli anni ?50 trascorre lunghi periodi a Milano e nei due decenni successivi a Taormina, nel suo studio. Si ricordano le Quadriennali, le Biennali e le Triennali, oltre a prestigiose presenze e riconoscimenti in rassegne personali e collettive in Italia e all’estero
- Adele Piazza (Aviano 1922-Verona 1983): pittrice dalle forti capacità e dall’astrattismo gestuale, la troviamo in questo suo Autoritratto in una immagine di aristocratica finezza. Inoltre è presente in mostra il monotipo dedicato da Afro ad Adele e all’amico Pizzinato, Ritratto di Armando Pizzinato e Adele Piazza, inedita ?istantanea? dove l’essenza del tratto porta al privilegio di nettezza dei contorni: è questa inoltre una rappresentazione intensa che porta all’eterna dualità umana tra distanza ed intimità
- Domenico Mazzoni, per niente indifferente al richiamo sociale, fu un artista spinto all’azione da quel sentire vero e umano che si rifletteva nelle sue opere. I suoi ideali li portava avanti sia come artista che come cittadino in un mondo piccolo o medio borghese capace però di grandi generosità e votato alla semplicità. Come tutti gli altri artisti presenti a questa mostra anche Mazzoni mantenne vivi rapporti con la scena friulana e con i suoi luoghi di formazione inserendosi nelle correnti intellettuali del secolo
- Harry Bertoia, (San Lorenzo 1915-Barto/USA 1978)
lasciò l’Italia a quindici anni per andare negli stati Uniti. Studiò a Detroit scultura e pittura all’Institute of Technology. Nel 1937 divenne docente alla Detroit School of Arts and Crafts e alla Cranbrook Academy of Arts. Negli anni ?40 si cimentò con il disegno di mobili. Harry ha visto la sedia anche come una scultura, dando una grande importanza ai colori e alle caratteristiche del metallo: le sue sedie sono oggi famose in tutto il mondo. Proprio perché attivo negli Stati Uniti, pur essendo una primaria figura del Friuli occidentale, purtroppo fu poco conosciuto. Formatosi solidamente porterà avanti una continua sperimentazione con alti risultati, soprattutto in scultura, facendo dialogare cultura e forme, contesti del presente e proiezioni di un futuro prossimo. Testimonianza della sua ricerca nell’evoluzione dell’arte è il suo Autoritratto presente in mostra, opera a penna e inchiostro su carta

Autori "stranieri" in ambito pordenonese di collezione del Museo Civico

- Renzo Zanutto (VE 1909 ? 1979) è qui presente con un Autoritratto del 1944 ricco cromaticamente e scenograficamente, con uno scheletro che alle spalle abbraccia l’autore: ciò da una immagine malinconica, veritiera, nonostante il soggetto volutamente un po’ macabro
- Arturo Fittke (TS 1873 ? 1910) ebbe vita tormentata, amareggiata dal fatto di non potersi dedicare solo alla pittura; in questo Autoritratto del 1897 realizzato ad olio su cartone è infatti visibile una malinconica concentrazione, una verità psicologica raggiunta da una capacità esecutiva
- Giovanni Craglietto (Verteneglio 1889- TS 1975) ebbe impronta viennese, spirito espressionista ironico ed autoironico; qui si ritrae molto giovane in un pastello su carta con classe di mestiere già valido ma ancora sostanzialmente accademico

Il Presidente
Loredana Schembri