"La ragazza con l'orecchino di perla” e Bologna

Il mito della Golden Age

Da Vermeer a Rembrandt

Capolavori dal Mauritshuis

5 maggio 2014

 

 

 

Mostra piccola, Bologna grande. Questa per me è la sintesi della giornata di lunedì 5 maggio, che ci ha visti turisti nella città emiliana per vedere la mostra La ragazza con l'orecchino di perla e il secolo d’oro olandese, esposizione itinerante in giro per il mondo da ben 2 anni, dato che il museo Mauritshuis dell’Aia che accoglie queste opere è chiuso per restauro. 

Siamo arrivati a Palazzo Fava, splendida dimora del XVI sec. con affreschi di Carracci (contemporaneo di Caravaggio), e la guida ci ha raccontato un po’ la storia del museo Mauritshuis, fondato da Federico Enrico principe d’Orange, museo che ha subito diverse traversie dal 1640 fino al 1822, quando è diventato proprietà dello stato olandese. Con molta enfasi, che all’inizio mi ha lasciata dubbiosa, ma che poi ho apprezzato molto, la nostra guida ci ha condotto passo passo lungo il percorso raccontando il contesto storico che ha portato alla realizzazione di questi quadri, decisamente d’avanguardia rispetto alla moda europea del periodo. L’Olanda intorno al 1600 era uno stato ricchissimo, con un mercato internazionale molto fiorente, che portò benessere e linfa non solo a pochi ma a una grande quantità di popolazione, anche la gente comune sentiva il bisogno di cultura e arte, e quindi spesso i quadri venivano commissionati per abitazioni piccolo borghesi e ritraevano scene agresti o paesaggi che non restavano contemplativi ma descrivevano realisticamente animali che per la prima volta diventavano protagonisti (es. Mucche in un prato di P.Poffer o il bellissimo Paesaggio verso il Reno di J.Van Goyen, o Paesaggio invernale e ancora Veduta di un lago), scene di lavoro, di vita campestre, di panorami infiniti, di marine estese, che erano la celebrazione del rilassamento mentale, di sentimenti intimi come la malinconia o il senso dell’infinito, in cui proporzioni, luce e profondità venivano rivoluzionati.

 

 

Interessanti anche i ritratti di J Oljcan e Aletta Hanemas di F.Hals molto realisti , in cui la ricchezza del tessuto, dei ricami, dei colori, esprimono lo stato sociale elevato e la magnificenza dei personaggi.

Con molto fervore la nostra guida ci descrive la rivoluzione della luce di Rembrant (cognome Van Rijn), luce rubata alle candele (vista la poca luce naturale a disposizione) e così ci entusiasmiamo davanti al Canto di lode di Simeone, in cui la luce diventa canto e la capacità di inventare il tono su tono invece della classica sfumatura. Il ritratto di Uomo con cappello piumato è un altro esempio eclatante del suo virtuosismo, la capacità di dipingere la luce dell’ombra.

Altro aspetto che viene sottolineato e che traspare da alcuni quadri è che già nel 1600 in Olanda, 

sicuramente grazie agli scambi commerciali e al benessere economico, la cultura era un bene diffuso (es. Donna che scrive una lettera di Barch, che sicuramente non è né nobile né suora) il lavoro di qualsiasi tipo era rispettato e considerato (es. il bellissimo La vecchia merlettaia di Igss, in cui la deliziosa figura sembra su un piedistallo) e la religione rendeva tutti uguali davanti a Dio (il quadro di De Hook in cui il prelato che ostenta ricchezza ma dialoga con la cameriera che beve in sua presenza).

Eccezionale anche Il Cardellino di Carel Fabritius datato 1645, dove la luce risulta ipnotizzante e apparentemente la figura dell’uccellino è semplicissima ma in realtà, nei secoli a venire, gli verranno dati dei giudizi complessi, in effetti quella catena che gli vieta la libertà è un’icona alla natura divina della libertà.

Nell’ultima sala, in totale solitudine ecco La ragazza con l'orecchino di perla, divenuta dopo il libro e il film di 15 anni fa, una vera e propria dea, una sorta di Gioconda olandese. Tecnicamente banale, non di committenza e quindi lontano dai canoni classici del ritratto, non ha prospettiva, non ha nulla della consueta descrizione maniacale dei particolari di Vermeer. Eppure il pittore è riuscito a cogliere l’attimo magico, lo sguardo viene fissato magistralmente nel momento in cui lei si gira, e chi la guarda non può evitare di restare suggestionato e perdersi in quello sguardo enigmatico. Una sorta di primo esperimento della camera oscura, che in futuro svilupperà una nuova arte: la fotografia. 

 

La vera sorpresa, mia ma anche di molti altri come ho potuto cogliere dai commenti entusiasti, è stato il giro per Bologna, in compagnia di una discreta ma preparatissima guida. Ho scoperto una città che mi ha entusiasmato e che voglio assolutamente conoscere più a fondo. Da Piazza Maggiore, ricchissima di monumenti strepitosi come il Palazzo Comunale, il Palazzo del Podestà, il Palazzo di Re Enzo, la Fontana di Nettuno del Gianbologna, il Palazzo dei Banchi e la Basilica di S. Petronio, con una facciata straordinaria e l’interno ricchissimo di opere d’arte, ci siamo recati all’interno della chiesa di S. Maria della Vita dove si ammira un capolavoro del ‘400 di Niccolò dell’Arca: il gruppo di terracotta Le Marie piangenti sul Cristo morto. Semplicemente da piangerci. Quindi passeggiando lungo stradine armoniose, tra portici rassicuranti ed edifici ben conservanti siamo giunti ad un grande spazio monumentale che ci ha lasciato tutti basiti: S. Stefano. Si tratta di un complesso che doveva riprodurre per volere del vescovo Petronio, nel V sec., i santuari del Golgota. Chiese e chiostri, ambienti chiusi e luoghi aperti appaiono come pezzi di un puzzle incastrati tra loro. Strepitoso. Proseguendo per via S. Stefano, su cui si affacciano palazzi prestigiosi 

di famiglie nobili della città come i Bolognini, o più avanti i Pepoli, si arriva a piazzetta Mercanzia, con il bellissimo Palazzo dei Mercanti e poi a Porta Ravegnana, famosa soprattutto per le Torri della Garisenda e Asinelli, che svettano eleganti e sicure nonostante i loro 900 anni, e sono il simbolo della città.

Eccoci poi al Palazzo dell’Archiginnasio antica sede dell’università, fondata nel 1088. I muri, le volte, le scale, sono interamente rivestiti di stemmi e iscrizioni che testimoniano il passaggio di generazioni di studenti e docenti. Spettacolare.

Bologna la dotta, Bologna la grassa, Bologna la rossa, sono tutti epiteti che calzano perfettamente alla città. Direi anche Bologna la viva, Bologna l’accogliente, Bologna la gaudente e mille altri aggettivi entusiasmanti.

 

Grazie Loredana, la mostra forse non meritava il viaggio, ma la città sicuramente sì. TORNIAMOCI!!!!!

 

 

Anna Saccon