MILANO

MUSEO DEL ‘900 E CENACOLO VINCIANO

1 OTTOBRE 2013 

 

 

Comincio dalla fine: il Cenacolo. 15 minuti di bellezza, armonia ed equilibrio. 

La maggior parte di noi lo ammirava per la prima volta. Eravamo lì a faccia a faccia con questo Leonardo da Vinci che era un grande inventore, un pensatore, una fucina di idee, un cervello sempre al lavoro che non poteva trovarsi a proprio agio a lavorare su un affresco perché aveva bisogno di più tempo. L’affresco infatti implica un lavoro “pensato”, che va realizzato in tempi stretti e non permette tanti pentimenti.

Il genio di Leonardo lavorò a quest’opera per quasi 4 anni, dal 1494 al 1498, tornava e ritornava a lavorarci sopra. Per questo sperimentò una tecnica nuova a secco, che gli consentiva maggiore libertà e gli permetteva di ottenere migliori effetti di luci ed ombre. Ma essa fu deleteria per la conservazione stessa dell’opera: dopo pochi anni erano già visibili lacune di colore e le prime forme di degrado che andarono poi peggiorando con il passare degli anni.

A questo si sommano i conseguenti interventi di restauro, lo sfondamento del muro per l’apertura di una porta e non ultimo i

bombardamenti della guerra.

Solo dal 1999, dopo vent’anni di studi e restauri che hanno cercato di rimuovere la patina dello sporco e i residui dei precedenti restauri, possiamo ammirare bellissime porzioni ancora superstiti della stesura originale. Con il restauro della Pinin Brambilla  possiamo ritrovare alcuni particolari che non erano visibili come il piatto davanti all’apostolo Pietro, i ricami della tovaglia, la frutta, il pane e i limoni disposti lungo il tavolo. Le lacune sono tante, specie nell’abbigliamento e nei volti, ma non stentiamo a ritrovare la grandezza del genio di Leonardo che ha saputo comunque trasmettere tutta l’intensità del momento preciso in cui Cristo annunciava ai discepoli il tradimento di uno di loro.

Ma torniamo all’inizio della giornata: la visita a Milano comincia dal Museo del Novecento e precisamente inizia con Il quarto stato di Pelizza da Volpedo, prosegue con le Avanguardie (ammiriamo un disegno preparatorio per le Mademoiselle d’Avignone di Picasso, ma anche Braque,  Mondrian, Kandinsky) per poi arrivare alle Avanguardie italiane.

Il Futurismo è stato un movimento italiano, sorto alla fine del primo decennio del secolo scorso, che ha trovato la sua affermazione con la pubblicazione nel 1909 del Manifesto del Futurismo di Tommaso Marinetti. Dove si esaltano la modernità, la velocità, l’automobile, il piroscafo, le rotaie, il coraggio, l’audacia, la ribellione….

E tra le collezioni del Museo non mancano opere di Carrà, Balla, Boccioni, Severini, Russolo. Anzi è la collezione più ricca di opere futuriste. Ed è stata la sezione del Museo che più mi ha affascinato, a cominciare dal trittico di Boccioni del 1912 Stati d’animo, dove rappresenta il momento dei saluti alla stazione, la partenza del treno (con ritmi vorticosi)  gli addii (con i saluti, gli abbracci) e quelli che restano, quest’ultimi realizzati con uniche pennellate su fondo verde chiaro che ci fanno immediatamente percepire la tristezza di chi si avvia verso casa, a capo chino, dopo aver salutato il proprio caro che parte in treno.

Ma al Museo del Novecento incontriamo Forme uniche nella continuità dello spazio la famosa statua di bronzo di Boccioni, presente anche al MoMa e al Metropolitan di New York, che rappresenta la fluidità di un corpo in movimento; si possono intuire la contrazione dei muscoli, lo svolazzare dei pantaloni, anche se mancano testa, piedi e braccia. E’ la sintesi delle teorie futuristiche, del dinamismo, dell’energia, del progresso, dello slancio verso il futuro.

Subito dopo ammiriamo Balla con la Bambina che corre sul balcone, dove come in una pellicola fotografica, si susseguono vari fotogrammi che riproducono la corsa di questa bimba, alternati dalla ringhiera del parapetto. 

Passiamo poi agli anni della Prima Guerra mondiale: guerra tanto cara ai Futuristi che la vedevano come un modo per liberarsi del passato, ma che si sono dovuti ricredere. E allora il futurismo si fa più cauto, c’è un ritorno al mondo reale, alla classicità. 

Proseguendo nella nostra visita, questo ritorno alla concretezza che si materializza nelle  opere successive di Giorgio Morandi come in Natura morta con manichino, dove il manichino è l’essenza stessa dell’uomo, ridotto al silenzio dalla Guerra. 

 

 

E così andiamo avanti fino alla Sete di Arturo Martini degli anni Trenta, dove assistiamo ad una parallelismo con i calchi di Pompei, dove l’uomo non c’è più , resta solo l’involucro.

Visitiamo la sala dei Novecentisti e poi degli Antinovecentisti, come gli appartenenti al movimento Corrente (vedi Guttuso, con l’Uomo che dorme, dove l’artista può raccontare anche quello che non piace).

La visita prosegue e arriviamo agli anni 50/60 con Fontana con il soffitto staccato da un albergo dell’Isola d’Elba, dove in un certo senso l’artista anticipa i suoi tagli nelle tele, i buchi per dare quasi una dimensione tridimensionale alle opere (Spazialismo).  E anche il neon sul soffitto nero, che si può ricreare ovunque.

La nostra visita si completa con altre sale dove sono esposte opere “dinamiche” dove per accedere bisognava perfino firmare una liberatoria perché il visitatore potrebbe anche avere un malessere.

 

Mariateresa Zanchettin