VICENZA 

12 aprile 2013

 

 

Tour di eccezione per gli Amici della Cultura: nonostante il tempo non fosse dei migliori, tutti in corriera e partenza alle 7.30 in punto alla volta di Vicenza! Guida di riguardo Angelo Battel, per lui è inutile ogni presentazione…….

Il giro turistico è già stato programmato in ogni dettaglio: prima tappa il Santuario di Monte Berico che domina la città di Vicenza, dove la vista mozzafiato dal colle vale già la meta. Il Santuario è costituito da due chiese, la prima in stile gotico, la seconda di espressione tra il classico ed il barocco. La costruzione delle due chiese è legata alle due distinte apparizioni della Madonna ad una contadinella in questo stesso luogo, una nel marzo del 1426 e la seconda nell’agosto del 1428. In quegli anni una grave epidemia di peste  infieriva su Vicenza; la tradizione vuole che

nella sua apparizione la Madonna chiese la costruzione del santuario per far cessare l’epidemia e così, subito dopo la seconda apparizione, in soli tre mesi venne costruita la prima chiesa e, a onor del vero, la peste venne debellata. Architettonicamente parlando le due chiese non sono particolarmente impressionanti, ma il contenuto non può non incantare anche il più ateo tra i visitatori: infatti racchiusa in un’ampia sala, lontana da rumori e occhi indiscreti, troneggia la Cena di San Gregorio Magno di Paolo Veronese datata 1572. La cena, ambientata in una grandiosa loggia con colonne corinzie, è inserita in una scenografia che richiama le architetture del palladio; al centro di una lunga tavola sta Gregorio Magno, alla cui destra compare Gesù in veste di pellegrino, che svela la propria identità divina scoperchiando una coppa. Veronese fu processato dall’inquisizione per le sue eccessive licenze nella rappresentazione di eventi sacri, da lui audacemente trasferiti in un’ambientazione contemporanea, cioè cinquecentesca, e questa tela, tra l’altro restaurata dopo essere stata ridotta in 32 pezzi il 10 giugno del 1848 dai soldati austriaci durante la guerra di indipendenza, ne è uno splendido esempio. 

 

 

Ma la giornata è appena cominciata e sono tante le cose da vedere, di corsa si riparte per andare in centro a Vicenza dove ci aspetta uno spettacolo indimenticabile, quello al Teatro Olimpico, dove un gioco di luci e di suoni ci coinvolge in uno spettacolo palladiano. Il Teatro Olimpico costituisce l'ultima opera di Andrea Palladio ed è considerato uno tra i suoi più grandi capolavori, assieme a Villa Capra detta la Rotonda, che tra l’altro abbiamo ammirato in tutto il suo splendore dal panorama sul Monte Berico, e alla Basilica Palladiana, dal 1994 inclusi nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Il celebre architetto veneto, rientrato da  Venezia nel 1579, riportò nel Teatro Olimpico, progettato nel 1580, gli esiti dei suoi lunghi studi sul tema del teatro classico, basati sull'interpretazione del trattato De architectura di Vitruvio e sull'indagine diretta dei ruderi dei teatri romani, ancora visibili all'epoca. La realizzazione del Teatro, all'interno di un preesistente complesso medievale, venne commissionata a Palladio dall'Accademia Olimpica per la messa in scena di commedie classiche e, ancora oggi, è il primo e più antico teatro stabile coperto dell'epoca moderna. In esso vennero realizzate le celebri scene fisse di Vincenzo Scamozzi, tali strutture lignee sono le uniche d'epoca rinascimentale ad essere giunte fino a noi, peraltro in ottimo stato di conservazione. La costruzione del teatro iniziò nel 1580, lo stesso anno in cui Palladio morì, ma i lavori furono perseguiti sulla base dei suoi appunti dal figlio Silla e si conclusero nel 1584. Il teatro venne inaugurato il 3 marzo 1585 con la rappresentazione dell'Edipo re di Sofocle ed i cori di Andrea Gabrieli. In questa e altre rare occasioni le scene (che rappresentano le sette vie della città di Tebe) furono illuminate con un originale e complesso sistema di illuminazione artificiale, ideato sempre da Scamozzi. Le scene, che erano state realizzate in legno e stucco per un uso temporaneo, non furono tuttavia mai rimosse e, malgrado pericoli d'incendio e bombardamenti bellici, si sono miracolosamente conservate fino ai giorni nostri, uniche della loro epoca.

Ma proseguiamo il giro turistico, attraverso Piazza dei Signori arriviamo alla Basilica Palladiana, da poco restaurata e riaperta al pubblico, sede oggi di mostre d'architettura e d'arte. L'edificio in origine era il Palazzo della Ragione, che inglobava a sua volta due edifici pubblici preesistenti. Due anni dopo la fine del Palazzo crolla l’angolo sud-ovest e per oltre quarant’anni i vicentini dibatteranno sulle modalità della ricostruzione: nel marzo del 1546 il Consiglio cittadino approva il progetto di un architetto locale di appena trentotto anni, allora decisamente poco conosciuto: Andrea Palladio. L’incarico al proprio protetto fu senza dubbio una delle migliori vittorie di Giangiorgio Trissino, il mentore di Palladio, capace di coagulare intorno al suo nome la maggioranza dei consensi. Per la carriera di Palladio il cantiere delle logge costituisce un punto di svolta definitivo. Con questo egli diviene ufficialmente l’architetto della città di Vicenza, responsabile di un’opera grandiosa (interamente in pietra e che a consuntivo costerà la notevole somma di 60.000 ducati) senza eguali nel Cinquecento veneto: per ottenere un altro incarico di tale portata dovrà attendere il 1560, con il cantiere della chiesa di San Giorgio a Venezia. La Basilica Palladiana sotto la Repubblica di Venezia costituiva il fulcro di attività non solo politiche (consiglio cittadino, tribunale) ma anche economiche. All'interno del salone fu ospitato per un certo periodo il teatro all'antica, uno degli spazi scenici ad uso temporaneo progettati da Palladio prima del Teatro Olimpico. Nel corso della seconda guerra mondiale, il 18 marzo 19545, la Basilica fu gravemente danneggiata durante un bombardamento, malgrado fosse stata inserita tra i monumenti che non dovevano essere colpiti durante gli attacchi aerei. Una bomba incendiaria distrusse la copertura originale della Basilica, la quale venne ricostruita nell'immediato dopoguerra nelle forme originali. 

 

 

Ma “chi si ferma è perduto” e così, dopo una sosta enogastronomica, ovviamente a base di baccalà,  ed un giro nel centro città, ecco ripartire il gruppo alla volta della Chiesa di Santa Corona.  Qui ci attendono due capolavori inestimabili: il Battesimo di Cristo di Giovanni Bellini, databile tra il 1500 e il 1502, e l’Adorazione dei Magi di Paolo Veronese del 1578 circa. Nel Battesimo del Bellini, dove troviamo una composizione dell’opera tradizionale, con Gesù al centro rivolto verso lo spettatore ed il Battista alla sua sinistra nell’atto di battezzarlo, campeggia un’eccezionale morbidezza dei toni del paesaggio e del cielo, che smorzano i contorni delle figure avvolgendole in quella che potremmo definire una sorprendente anticipazione del tonalismo. La stessa modulazione luminosa, ora incidente, ora tenue, ora poco presente, enfatizza l'asse divino che va dalla figura scultorea di Gesù fino alla figura del Padre, che ne riprende posa e fisionomia. Il paesaggio è ampio e riposante e dal cielo scende una calda luce che si insinua nelle valli attorno al Giordano. Risulta mirabile la conquista sicura della prospettiva atmosferica e degli impasti cromatici dove i personaggi, in dimensioni naturali, coinvolgono al massimo lo spettatore all'interno della scena, miracolosamente in equilibrio tra lo spettacolo della natura e la contemplazione del mistero. L’Adorazione del Veronese, invece, a mio avviso opera di grande suggestione, fu commissionata all’artista per la cappella Cogoli della Chiesa di Santa Corona. Tranne un breve periodo in cui il demanio napoleonico la fece trasferire a Milano, nel 1860 la tela venne trasportata sull’altare della Cappella di San Giuseppe all’interno della stessa Santa Corona. L’opera, secondo il Pallucchini, stilisticamente presenta molte affinità con l’Adorazione dei Magi custodita alla National Gallery di Londra, sia per i richiami alla pittura di Jacopo da Bassano, sia per il cromatismo a carattere crepuscolare, che qui risulta particolarmente solido ed intenso. 

 

 

Ultima tappa, ma sicuramente non la meno affascinante, le Gallerie di Palazzo Leoni Montanari dove all’interno, oltre ad attenderci una collezione permanente di capolavori della pittura veneta del Settecento da Canaletto a Guardi, troneggia una spettacolare raccolta di icone russe.  Il Palazzo, oggi sede della Banca Intesa SanPaolo, è composto da innumerevoli sale ricche di decorazioni, affreschi e stucchi, ed è stato inserito all’interno dei circuiti Gallerie d’Italia. Tornando alle icone russe questa risulta essere una delle raccolte più importanti esposte in Occidente, composta da 130 pezzi che testimoniano le diverse scuole artistiche dal XIII al XX secolo. La collezione di icone costituisce una eloquente testimonianza del legame profondo che unì in una storia plurisecolare, non soltanto Venezia, ma anche tutto il territorio dell’entroterra, alla civiltà dell’oriente slavo e bizantino. Una parte delle sale espositive è riservata alla descrizione e rappresentazione di come ancora oggi vengono realizzate le icone. 

Che sorprendente città Vicenza, una piccola gemma incastonata in un vero gioiello d’arte veneta!

Loredana Schembri