VENEZIA SESTRIERE DI CASTELLO

ISOLA DEGLI ARMENI

 

 

Partiamo con il vaporetto per raggiungere il Sestriere di Castello e già mi sembra di vedere la città da un nuovo punto di vista. Generalmente mi sposto a piedi e ora transitando “via acqua” vedo  immagini diverse. Passiamo per Cannareggio e poi in

Laguna. Scendiamo a Celestìa e dopo un breve tratto a piedi raggiungiamo la chiesa di San Francesco della Vigna.

Una chiesa realizzata su disegno del Sansovino rispettando però le indicazioni fornitegli da Francesco Zorzi che pensava ad un’architettuta armonica, matematica, basata sul numero tre. La facciata,  classica, elegante e proporzionata è opera del Palladio. La chiesa sorge sulla precedente chiesa di San Marco in Gemini eretta in ricordo dell’apparizione dell’angelo a San Marco Evangelista, dove nei secoli successivi era stato accolto lo stesso San Francesco. L’appellativo “della vigna” deriva dal fatto che questa era zona ricca di  vigneti.

 

 

L’interno, a croce latina, è molto ampio e la navata centrale è fiancheggiata da cappelle laterali. Tra queste la Cappella Sagredo (realizzata per ricordare il santo martirizzato in Ungheria. Una cappella dove domina la luce, con le decorazioni in marmo bianco di Carrara, con i pennacchi dorati del Tiepolo e la cupola del Pellegrini) e la Cappella Badoer–Giustinian (con il grande ciclo dei profeti ).

Ma il vero gioiello di questa chiesa è la Madonna col Bambino e Santi  di Giovanni Bellini datata 1507 e conservata nella Sacrestia della vecchia chiesa. Si tratta di una sacra conversazione dove viene esaltata la bellezza del paesaggio, della natura e della luce.

La nostra guida, Angelo Battel, non ha però esitato nel presentarci un’altra preziosità conservata in questa chiesa che ci ha colpito un po’ tutti: si tratta della pala di Fra’ Antonio da Negroponte nella Cappella Morosini. E’ una Madonna in trono con Bambino disteso sulle ginocchia quasi a preannunciare il corpo del Cristo morto delle Pietà. La ricchezza di fiori, frutti, volatili e la decorazione del trono contrastano con il volto addolorato della Vergine. Un’opera importante ammirata dai principali artisti del Quattrocento e del Cinquecento che da essa hanno attinto importanti soluzioni artistiche e decorative. 

Ma questa chiesa è un vero scrigno di tesori: Palma il giovane, Tintoretto, Antonio Vivarini e altri ancora che meriterebbero un po’ più di tempo.

Non ultimo anche il bellissimo chiostro. Mi preme sottolineare il fatto che questa è ormai una delle poche chiese che a Venezia si possono ancora ammirare gratuitamente.

 

 Noi però dobbiamo dirigerci verso la chiesa di San Pietro in Castello, passando prima davanti alla Porta de Terra dell’Arsenale: il prototipo della fabbrica moderna, una vera e propria catena di montaggio che ha contribuito alla grandezza di Venezia.

 

 

Giungiamo quindi alla Chiesa di San Pietro in Castello, una chiesa molto importante perché sede del Patriarcato di Venezia fino ai primi dell’Ottocento.

 Costruita molto lontano da Piazza san Marco, nella parte più orientale di Venezia, distante dalla sede del potere politico. “Ognun paron a casa sua” così ci ha spiegato Angelo Battel. Talmente divisi che per le visite del Doge a San Pietro, era stata posata a terra una pietra bianca ad indicare il luogo esatto dell’incontro tra Patriarca e Doge, onde evitare problemi diplomatici.

La facciata, su progetto del Palladio, riprende la ripartizione interna. All’interno colpisce il profondo presbitero e subito l’altare dove sono conservati i resti mortali di San Lorenzo Giustinian, primo patriarca di Venezia (dopo il trasferimento del titolo patriarcale da Grado a Venezia) e santo molto amato dai veneziani.

Ammiriamo la pala d’altare di Luca Giordano e la cattedra in marmo di San Pietro quando era vescovo di Antiochia con lo schienale decorato con versetti coranici. 

Dopo la chiesa visitiamo anche il chiostro, che anche se un po’ malconcio conserva il fascino e la bellezza originari.

 

Dopo la pausa pranzo, che io diserto,  gli “amici” mi raggiungono di corsa all’imbarcadero S. Zaccaria per prendere il vaporetto per l’Isola di San Lazzaro degli Armeni, terza meta della nostra escursione veneziana.

 

Le mie aspettative per questa visita erano molto alte: da alcuni anni  mi interessa molto il Genocidio Armeno e mi sento molto vicina a questo popolo che piano piano sto imparando a conoscere.

La Congregazione Mechitarista di Venezia è un po’ il centro della cultura armena e il punto di riferimento per gli armeni della diaspora.

Il suo fondatore, padre Mechitar all’inizio del XVIII secolo lascia l’Armenia ed arriva nella Morea veneziana nel Peloponnesso. Poi nel 1717 la Serenissima gli assegna l’Isola di San Lazzaro, di fronte al Lido, isola abbandonata ed ex lebbrosario. L’8 settembre 1717 Padre Mechitar prende possesso dell’isola e comincia l’opera di ristrutturazione con la costruzione della nuova chiesa del convento.

La nostra visita inizia proprio dalla Chiesa. Il rito armeno prevede che l’area dell’altare maggiore sia in certe occasioni chiusa da tende. I paramenti liturgici sono molto simili a quelli ortodossi. La guida ci mostra un copricapo . Particolari sono poi le calzature che gli officianti indossano nel presbiterio: sono delle pantofole in raso ricamate che importano dall’Armenia.

Ogni domenica alle ore 11.00 è possibile partecipare alla santa Messa in lingua armena.

 

Dalla chiesa passiamo al Refettorio anch’esso progettato da padre Mechitar: mi colpisce che ci siano tanti coperti preparati nonostante sull’isola ci siano pochissimi abitanti (di cui solo 17 di origine armena). Ma qui sono sempre pronti ad accogliere eventuali ospiti. 

 

 

 

Nella Biblioteca il patrimonio librario conservato è veramente degno di nota: sono oltre 200.000volumi. Tra questi le due edizioni originali della Description de l’Égypte, opera monumentale che segna la nascita dell’archeologia moderna promossa da Napoleone durante la campagna d’Egitto. Ma il vero cuore e tesoro della biblioteca sono gli oltre 4500 manoscritti non solo in lingua armena conservati nella torre cilindrica, che ricorda la struttura degli antichi monasteri armeni, costruita dall’architetto Ispenian. 

Questa parte andava vista con più attenzione e bisognava lasciare al gruppo qualche attimo in più per poter vedere con attenzione i tesori custoditi nelle teche tra cui un Tetravangelo dell’862 e la Vita di Alessandro il Grande del XIII secolo ossia una traduzione armena da un testo greco del V secolo. 

La Biblioteca comprende anche un fondo librario a stampa di lingua occidentale che testimonia l’attività tipografica del monastero dal 1788 fino al 1984. La nostra guida racconta che proprio a Venezia nel 1875 è stata eseguita la prima traduzione dei Promessi Sposi: in lingua armena. Peccato però che non ci ha mostrato la vecchia macchina tipografica.

 

Passiamo quindi al Museo le cui collezioni, dono di benefattori armeni, comprendono ceramiche, arazzi, argenti, reperti archeologici, e tantissimi quadri tra cui il Tiepolo che abbiamo avuto modo di vedere anche alla mostra di Villa Manin raffigurante “La pace e la giustizia”.

 

Tra le varie collezioni merita ricordare la mummia Nehmeket del VII secole a.C., che è mummia meglio conservata presente nei musei occidentali, dono di un diplomatico armeno in Egitto. Essa è conservata con parte del suo corredo funerario tra cui una veste di perline colorate e il sarcofago. 

Nel museo viene celebrata la figura di Lord Byron, che qui si era ritirato a studiare la lingua e la cultura armena. 

Sul lato opposto si apre una sala dedicata all’arte e storia armena, dove sono conservati alcuni importanti reperti bronzei, numerose ceramiche, argenterie in gran parte di uso liturgico, ed altri cimeli e oggetti di interesse storico della civiltà urartea, antica popolazione armena.

 

Dal Museo passiamo al bookshop dove le nostre “amiche” non hanno mancato di acquistare la famosa marmellata di rose del roseto del monastero e io ne ho approfittato per sfogliare in velocità alcuni testi sulla cultura armena che non avevo mai visto.

Usciamo quindi all’esterno dove ammiriamo il roseto e il panorama. La mia attenzione viene catturata da una bellissima khatchkar ossia una croce di pietra del XIII secolo dono del popolo armeno a Venezia in ricordo della loro antica amicizia.

 

La visita è finita e io sono emozionata, frastornata e un po’ dispiaciuta perché il luogo che abbiamo visitato è comunque un luogo sacro, un monastero e l’Armenia è stato il primo paese ad adottare il Cristianesimo come religione di stato nel 301. Ma il Cristianesimo per gli Armeni non è solo un credo religioso: è l’identità di questo popolo per il quale hanno combattuto per secoli e secoli fino al Genocidio del 1915.

Il sentimento stesso di appartenenza alla nazione è strettamente legato quasi a identificarsi nella fede cristiana. 

E questo non è stato sottolineato.

 

 

Mariateresa Zanchettin