TIBET TESORI DAL TETTO DEL MONDO

Treviso – Casa dei Carraresi

Venerdì 18 gennaio 2013 

 

 

Una mostra molto particolare, quella che siamo andati a vedere giovedì scorso: il tentativo di farci entrare virtualmente  in una piccola zona del mondo fino a pochi anni fa  impenetrabile, per secoli misteriosa e di impossibile accesso sia per la dislocazione geografica e climatica, che per la innata propensione del suo popolo al silenzio e all’isolamento, quasi una clandestinità culturale.

Il Tibet, che significa

terra delle nevi, è anche detto il tetto del mondo, non solo perché è avviluppato tra le catene più imponenti della terra dove la natura ti tramortisce per la maestosità e la bellezza, gli spazi infiniti, i colori talmente puri da sembrare innaturali, ma perché questa terra concretizza il senso del sacro, della bellezza interiore, della presenza di Dio qualsiasi sia il tuo credo religioso e politico.

Attraverso le esaurienti spiegazioni di Mara abbiamo capito che la religione buddhista permea tutti gli aspetti della vita quotidiana dei tibetani e plasma le loro aspirazioni  in modo a volte per noi inconcepibile ...(la pratica della non violenza, l’accumulare meriti per la prossima vita, indirizzare i figli alla vita monastica, essere devoti alla sacralità e al potere dei luoghi naturali, ecc). 

Il buddhismo tibetano ha caratteristiche proprie, la straordinaria fusione con l’antico culto sciamanico ben si mescola tutt’ora in molti simboli e pratiche: la fioritura delle bandiere di preghiera che si innalzano al cielo in  ogni luogo, le sepolture a cielo aperto, lo sfregamento delle rocce sacre, le danze e i riti propiziatori…

Parecchie statue bronzee dorate, di varie dimensioni, non antichissime ma di ottima fattura ci permettono di identificare alcune divinità particolarmente amate dai tibetani.

 

Il buddha storico, il primo che raggiunse l’illuminazione e dettò le regole fondanti del buddismo è SAKYAMUNI, il nobile e ricco principe Siddhartha, che ha uno sguardo sereno e sorriso dolcissimo, con le gambe incrociate su un trono di fiori di loto, con la mano sinistra regge una ciotola per la questua  e la mano destra tocca il suolo, si identifica anche  per la presenza della ruota della legge sulla pianta dei piedi.

YAMANTAKA è il signore che sconfigge la morte. E’ una figura molto amata anche se di aspetto terrificante, con otto teste  34 braccia, al collo e intorno alla vita  ghirlande di teschi, e con i suoi 36 piedi calpesta delle divinità indù.

TARA,  detta la salvatrice, è considerata la protettrice del popolo tibetano, simboleggia la purezza e la fertilità in grado di esaudire i desideri di chi si rivolge a lei. Tara è verde quando è collegata alla notte, bianca associata al giorno. E’ una bodhisattva  cioè una illuminata che rinuncia a divenire buddha per contribuire alla salvezza degli esseri viventi.

AMITAYUS  è il buddha della longevità e saggezza.  In genere è rosso e tiene le mani in posizione di meditazione e sorregge  un vaso contenente il nettare dell’immortalità.

AVALOKITESHVARA è il bodhisattva della compassione, il suo nome significa “colui che guarda il mondo con la sofferenza negli occhi”, da una sua lacrima di compassione  è nata TARA , la sua versione femminile. I Dalai Lama sono considerati la sua reincarnazione, quello che noi conosciamo è la XIV  reincarnazione e probabilmente è l’ultima. Questa figura tiene tra mani un rosario di grani di cristallo, un loto, e stringe al cuore una gemma che esaudisce tutti i desideri.

VAJRAPANI  è un bodhisattva che nella mano destra stringe una dorje, una saetta che rappresenta il potere, ed è  uno dei simboli della dottrina tantrica. In genere è in piedi ed ha un aspetto pacifico.

Altre figure importantissime vengono venerate e rappresentate, come TSONGKHAPA, il fondatore  del monastero di Ganden , i cui seguaci sono detti berretti gialli  (Gelug-pa cioè i virtuosi). Anche il Dalai Lama fa parte di questa setta. Oppure GURU RINPOCHE  maestro del VIII sec., che sottomise gli spiriti malvagi, diffuse il buddismo nel paese e fondò il monastero di Samye; o ancora il QUINTO DALAI LAMA che unificò il Tibet  e costruì il Potala, il sacro edificio di Lhasa 

( equivalente al Vaticano).

L’arte, in Tibet, come la letteratura e ogni altra espressione del pensiero, è strettamente legata alla religione.

Importantissimi i THANGKA, pitture di divinità e storie religiose tradizionalmente eseguite dai monaci su tele di cotone ben tese, usando colori  ricavati da erbe e pietre macinate, la cui esecuzione  richiede anche mesi di impegno e  viene considerata una forma di meditazione. Alcuni di questi dipinti, incorniciati su preziosi broccati colorati, ci lasciano stupefatti per la ricchezza di particolari e la precisione certosina.

Commovente l’esposizione degli oggetti cerimoniali, simboli sacri considerati portafortuna e ripresi in ogni occasione, sia nell’architettura che nell’oreficeria che nell’abbigliamento.

Per esempio c’è la conchiglia che simboleggia il risveglio o il pesce che guizza fuori dall’acqua in cui era prigioniero, e rappresenta la libertà o il  bellissimo nodo dell’eternità che rappresenta l’intreccio infinito del trascorrere del tempo, dell’armonia, dell’amore e l’unità delle cose. E che dire del fiore di loto che rappresenta la purezza e la compassione e che spunta dalle acque torbide della vita terrena? Ammiriamo alcune piccole icone dette tse tse che vengono accolte in piccoli reliquiari argentati  (GAU) e portate addosso quotidianamente nell’intento di continua preghiera che rende merito al cospetto del Buddha, oppure decine di pietre mani, piccole pietre su cui sono incise brevi preghiere che vengono depositate presso i siti sacri o nei passi più alti, vicini al cielo. Piccole ciotole argentate funzionano da lampade e accolgono il burro di yak che brucia perennemente nei monasteri davanti a statue o mandala venerati.

Attraversando le varie sezioni che esplicitano storia, religione, vita quotidiana e arte, restiamo colpiti da enormi pannelli che riproducono con foto a grandezza naturale paesaggi, ambienti, templi. Questo grandioso impatto scenografico crea un’atmosfera magica e alchemica.

Ho un groppo in gola nel vedere appese al muro decine di bandiere di preghiera. Nel mio viaggio del 2004 in Tibet ne ho viste migliaia sventolare furiosamente  quasi impazzite  in ogni passo, in ogni chorten, in ogni muro kilometrico costruito con migliaia di pietre mani e ne sento ancora il fruscio misterioso e magico, un suono che è preghiera…invocazione… om om om mane padme hum….

La sezione dedicata agli abiti (chubbe) e addobbi tradizionali è un tripudio di colori con prevalenza del marrone caldo della terra, del giallo ocra dei campi, dell’azzurro intenso del cielo, del rosso cinabro o del melanzana. Le donne amano cingersi con cinture bellissime e grosse borchie d’argento finemente lavorate, tra i capelli lunghi ed intrecciati spiccano file di coralli, di ambra e turchesi. Nei visi rughe profonde, pelle incartapecorita, indicano fatica infinita e lotta quotidiana per la sopravvivenza ma gli sguardi sono talmente fieri, sfavillanti, sereni e i sorrisi così disarmanti, aperti, pieni di grazia da non lasciarci indifferenti.

Impossibile non ricordare l’esposizione di alcuni doni preziosi che i vari Dalai Lama consegnarono alle autorità cinesi in segno di amicizia (sich!), o il calendario tibetano che è diverso dal nostro avendo 360 gg., o l’urna dell’elezione, il sigillo del settimo Dalai Lama, le matrici di libri sacri, che sono tutti oggetti di oro massiccio.

Nelle teche dell’ultima stanza sono esposte alcune bellissime maschere LHAMO (teatro del XIV sec.) e CHAM usate nelle infinte (durano per giorni) danze sacre rituali, e portate dai monaci in occasione di feste religiose. Mi ritornano alla mente i suoni profondi e drammatici dei DAMARU, i sacri tamburi a percussione, o dei ROLMI, una sorta di cembali, che accompagnano la potenza simbolica di quei movimenti, o le trombe telescopiche che chiamano a raccolta i fedeli, o le GHANTE, le campanelle che tintinnano negli angoli più remoti delle lamasserie. 

 

Che cos’è il Tibet?

È spazio, vento, cieli profondi

Luci sempre nuove e ripetizione ossessiva

Di nude ossa rocciose;

silenzio grande, solitudine remota,

onde di monti su di un mare pacifico.

Il Tibet è vuoto che parla

lirismo di larghezze

calmo respiro della terra:

è soffio di spiritualità.

 

Il Tibet è sapienza ed elevazione

Paure e superstizioni;

interni monastici ombrosi, affollati, misterici

immersi in ampiezze di chiarità e splendore.

 

Il Tibet è ispirazione e tragedia,

un canto di bambino profanato.

 

Il Tibet è il cuore del mondo Himalayano

E forse il cuore del mondo.

 

Anna Saccon