Peggy Guggenheim Museum

Venezia

 

Venezia, per gli Amici della Cultura, rappresenta una irresistibile fonte di richiamo. Ecco perché il 24 ottobre 2012, alle 8.44, si sono ritrovati in stazione a Pordenone, per salire sul treno che li avrebbe portati al museo Guggenheim.

Lo scopo era di visitare la Collezione Peggy Guggenheim e la Retrospettiva di Giuseppe Capogrossi, con sede a Palazzo Venier dei Leoni, sul Canal Grande. 

All’entrata, siamo stati accolti simpaticamente da una guida di nome

Alice che, nel corso della visita, si è dimostrata molto preparata e che ha saputo spiegarsi sempre con chiarezza, nonostante la complessità degli argomenti.

 

 

Abbiamo cominciato la visita dal giardino del Palazzo, apprendendo alcune note biografiche della proprietaria della Collezione.

Peggy Guggenheim (New York, 1898 – Camposanpiero, 1979) nacque in una famiglia agiata che le permise di assecondare le proprie passioni fin da giovane, in quanto ereditò dal padre ricchissimo, scomparso prematuramente nel naufragio del Titanic, una cospicua fortuna.

Visse a New York fino al 1921, anno in cui si recò in Europa, dove frequentò la Parigi bohemienne, conoscendo alcuni artisti che l’avvicinarono all’arte moderna.

Peggy dimostrò da subito di apprezzare le correnti pittoriche d’avanguardia, aiutando e sostenendo molti pittori, di cui divenne amica o, addirittura, moglie.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale si rifugiò a New York ma, nel 1947,  tornò in Europa.

Nel frattempo, la sua fama di esperta e collezionista di opere d’arte importanti si diffuse, tanto che nel 1948 fu invitata ad esporle alla prima Biennale di Venezia.

Conobbe così questa incantevole città, decidendo di acquistare Palazzo Venier dei Leoni, dove trasferì la sua Collezione.

Peggy morì all’età di 81 anni e le sue ceneri furono sepolte nel giardino della villa veneziana, vicino ai suoi amati cagnolini.

Il Palazzo Venier dei Leoni fu aperto al pubblico e, da allora, è uno dei maggiori  musei d’arte moderna del mondo. 

Dopo aver dato una rapida occhiata alle sculture dislocate qua e là nel giardino, siamo entrati nel palazzo e, nella prima sala, ci siamo fermati ad ammirare il quadro “Il poeta” di Pablo Picasso, davanti al quale Alice ci ha spiegato la tecnica del Cubismo analitico.

Sulla tela era riprodotta la figura di una persona, con un grado di astrazione tale che le parti scomposte del corpo erano quasi irriconoscibili, ma che, seguendo le indicazioni di Alice, abbiamo visto comparire  secondo una forma piramidale.

Le opere erano tante, poiché, oltre alla Collezione permanente, c’erano anche quelle ricevute in dono da Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof e in prestito a lungo termine di Gianni Mattioli, per cui la nostra visita è continuata di sala in sala, soffermandoci di più davanti ai quadri che la guida aveva scelto come più significativi, per farci capire le varie correnti pittoriche presenti: Futurismo, Pittura Metafisica, Surrealismo, Espressionismo e Astrattismo europeo.

 

 

Ci siamo fermati nella sala dove c’erano le tele di Jackson Pollock, realizzate con la tecnica del “dripping”, cioè dello sgocciolamento del colore dal pennello sulla tela stesa orizzontalmente sul pavimento; poi davanti alla “Torre rossa” di Giorgio De Chirico e a “La nascita dei desideri liquidi” di Salvador Dalì.

Noi avremmo dato un altro titolo a questo dipinto, poiché la nostra attenzione è stata attratta dalle grandi forme colorate ma, con l’aiuto di Alice, abbiamo individuato tanti piccoli particolari, che ci hanno permesso di comprenderlo nel suo giusto significato.

Per staccare un secondo dalla comprensione artistica, siamo usciti in terrazza, godendo di una magnifica vista sul Canal Grande.

Alice allora ci ha fornito alcune notizie sul Palazzo Venier dei Leoni, spiegandoci che la costruzione non è mai stata finita, che non si sa da dove derivi il nome. Avrebbe dovuto essere un edificio immenso, a tre piani, spettacolare, tanto da mettere in ombra il dirimpettaio Palazzo Correr, ma non si andò oltre il primo piano, forse perché la famiglia Correr protestò o forse per motivi finanziari.

Dopo aver ammirato il panorama, abbiamo rivolto lo sguardo ai due bellissimi leoni bianchi presenti sulla terrazza e a una scultura posta sugli scalini dal titolo “L’angelo della città” di Marino Marini, composta da un cavaliere a braccia aperte seduto su un cavallo, simbolo del mecenatismo di Peggy.

Quindi siamo rientrati nel museo e abbiamo ripreso il percorso, ammirando tele di Mirò, Kandinsky, Morandi e, passando di sala in sala, siamo entrati in una piccola stanza, che la guida ci ha detto essere la camera da letto di Peggy.

Una magnifica testiera in argento di Alexander Calder era appesa alla parete di fronte alla finestra, dalla quale si vedevano il Canal Grande e i Palazzi sull’altra riva.

La testiera era formata da pesci, insetti e piante (elementi di mare e giardino), uniti da una spirale, arricchita da decorazioni in argento battuto, dal rilievo ridotto, appiattito.

Sottolineando la fortuna di Peggy ad avere una simile camera, siamo giunti al centro di una sala, dove abbiamo trovato appesa al soffitto l’“Arco di petali”, una delle strutture leggere e molto particolari di A. Calder. Tale opera è formata da tanti fili metallici, con attaccati dei “petali”, combinati tra loro in modo da permettere delle oscillazioni equilibrate, di grande impatto visivo.

Di seguito, ci siamo diretti al quadro intitolato “L’antipapa” di Max Ernst, uno dei mariti di Peggy. 

La guida ci ha spiegato le tre figure femminili rappresentate nell’opera in modo fantastico, secondo la corrente pittorica del Dadaismo: l’amante, la moglie e la figlia Pegeen.

Dopo questa tela vagamente inquietante, Alice ci ha portati a vedere “L’impero della luce” di Renè Magritte. Finalmente un titolo azzeccato, perché era rappresentata una strada buia, ma con un cielo azzurro, ricco di luce, cosparso di vaporose nuvole bianche e la finestra illuminata di una casa in oscurità e degli alberi neri.

Il contrasto della luce del sole con il paesaggio buio ha reso quest’opera bizzarra, molto piacevole da guardare, a nostro avviso, nonostante lo stile impersonale tipico della pittura surrealista veristica.

Infine, abbiamo dato uno sguardo alle opere appartenenti all’arte cinetica con le sperimentazioni di nuovi materiali, come ad esempio le compressioni in alluminio di Cesar, o le indagini monocrome e spaziali di A. Bonalumi e L. Fontana

 

                                                            

Terminata la visita alla Collezione Peggy Guggenheim, siamo usciti dal Palazzo Venier dei Leoni per entrare al Caffè del museo, dove si trovava la Retrospettiva di Giuseppe Capogrossi, seconda parte della nostra visita.

La mostra è stata realizzata a quarant’anni dalla morte dell’artista, uno dei più importanti del secondo dopoguerra. 

Le settanta opere esposte provengono da importanti musei e collezioni private e ripercorrono il suo iter artistico, dagli anni ’30 ai ’60.

Nelle prime sale si nota maggiormente la tecnica figurativa nei capolavori “I canottieri”, “Il temporale”, “La piena sul Tevere”: appesi a pareti nere, dove spicca una prospettiva lineare.

Il passaggio dal figurativo all’astratto, ci è stato ben spiegato da Alice, confrontando due quadri: in uno si vedeva una donna distesa su un letto, in una stanza con oggetti ben definiti; nell’altro la donna non c’era più e gli oggetti erano scomposti, appena riconoscibili.

Con il cambiamento di stile, è mutato anche il colore delle pareti, che sono diventate chiare.

Capogrossi non voleva solo scomporre, ma anche togliere e comunicare con pochi segni; infatti, la sua pittura è sempre stata pensata per arrivare a questo, seppur con difficoltà e sofferenza.

Dal periodo della Scuola Romana degli anni ’30, è arrivato così, attraverso quello neo cubista, alla produzione astratta degli anni ’50 e ’60.

L’artista ha eseguito opere dominate dalla cosiddetta forma-segno: è un elemento pittorico “dentato”, ripetuto più volte in bianco e nero o a colori, piccolo o grande, in posizioni diverse. Appaiono così tanti segni intersecanti tra loro che compongono un insieme, dando l’idea di uno spazio pieno e ordinato.

“Cartagine” è un esempio di rappresentazione simbolica di un’organizzazione spaziale interiore.

Di fronte ad opere di tale segno innovativo, siamo rimasti un po’ spiazzati, ma la visione d’insieme ci ha costretto ad interpretare, lasciandoci entusiasti. 

La nostra visita cominciata con la visione di quadri colorati, ricchi di immagini, figure geometriche e tanti personaggi che ci riempivano gli occhi, si è conclusa con un unico semplice disegno che, secondo noi, poteva anche essere chiamato “tridente”, o “forchettone”.

Anche questa volta, il gruppetto degli Amici della Cultura ha preso soddisfatto la strada di casa verso Pordenone, con il desiderio, però, di ritornare in questa meravigliosa città senza tempo. 

 

 

Francesca De Benedet