Viaggio in Piemonte con Gli Amici della Cultura

Torino- Museo Egizio-Venaria Reale

8-9-10 dicembre

 


 

1° giorno

Giovedì 8 dicembre


Siamo partiti in 26 tra soci dell’associazione Amici della Cultura di Pordenone  e soci dell’Università della Terza Età di Cordenons, alle ore 06.00, dal parcheggio dell’Ospedale civile, sotto la sapiente guida di Gianni Della Libera e dell’autista Luigi, alla volta di Sacile per prendere a bordo la sottoscritta con l’amica Angela e, via autostrada, siamo giunti a Torino intorno a mezzogiorno. Abbiamo pranzato nei pressi dell’Hotel Roma, purtroppo noto per il suicidio dello scrittore Cesare Pavese. La cucina piemontese non è stata di facile digestione per tutti, dal momento che è costituita da cibi conditi con formaggi o salse “corpose”, ma un ottimo dolcetto delle Langhe ha risolto ogni problema.

Accompagnati dalla bravissima guida, di nome Alberto, abbiamo iniziato la visita del centro storico di Torino intorno alle 14.45.
Per ritrovare le origini di Torino bisogna risalire nel tempo a prima della colonizzazione romana, a quando la    "Pianura del Po" pianura del Po fu punto di incontro tra le popolazioni    Liguri e quelle   celtiche.

Le scarse fonti storiche a nostra disposizione risalgono al    III secolo a.C. e riportano testimonianze relative al popolamento stanziale della pianura piemontese nell'area ove attualmente sorge la città, da parte del popolo dei    Taurini. Riguardo all'etimologia del    toponimo di Torino esistono due ipotesi. La più probabile potrebbe essere quella legata al termine celtico, di origine    indeuropea taur (o thor) che significa    monte. A conferma di ciò vi sarebbe la testimonianza che riporta l'usanza celtica di venerare alcuni elementi della natura tra cui le montagne.

Un'altra ipotesi più fantasiosa e meno attendibile ha invece dato vita ad una leggenda popolare che ricondurrebbe all'esistenza, nei pressi di un villaggio    neolitico, di un temibile drago che sarebbe stato sconfitto da un    toro (taurus) che un contadino avrebbe fatto inebriare con un otre di vino. La lotta tra i due animali sarebbe stata cruenta al punto che il toro, dopo aver sconfitto il mostro, morì per le ferite riportate. Il popolo, in onore della vittima, decisero di chiamarsi Taurini.

L'avvenimento storico con cui Torino ed i suoi primi abitanti salgono agli onori della cronaca è la    Seconda guerra punica discesa di Annibale in Italia nel   218 a.C.

I Taurini, allora in guerra con un'altra popolazione locale, gli    Insubri, decisero, unici tra le    popolazioni galliche della pianura padana, di rimanere alleati di Roma e cercarono di sbarrare il passo al    condottiero    cartaginese. Il fatto è riportato dagli storici    Polibio ed Appiano che riferiscono come la città principale dei Taurini, Taurasia, probabilmente posta come l'attuale Torino a controllo dei punti di attraversamento del   Po, resistette tre giorni prima di dover capitolare. Cosa ne sia stato dei superstiti e degli avvenimenti successivi dei Taurini e della loro città non è riportato da alcuna fonte.

Nei secoli che seguono prosegue le penetrazione romana in direzione delle 100 a.C. viene fondata la colonia di    Augusta Eporedia, l'attuale Ivrea, allo sbocco della Valle d'Aosta.

Augusta Taurinorum

L'epoca romana

Le Porte Palatine, vestigia dell'epoca romana a Torino
Prima del 100 a.C. non esisteva ancora una vera e propria città ma soltanto gruppi disomogenei di abitazioni approssimative dei Taurini. Nel    58 a.C., durante la campagna in Gallia,    Giulio Cesare insedia, con ogni probabilità, un accampamento militare, un    castrum, alla confluenza del Po e della    Dora Riparia. Nel    44 a.C., poco dopo la morte di Cesare, il triumvirato deduce nell'area torinese una colonia detta Julia Taurinorum. La definitiva fondazione di Torino avviene per opera di    Augusto, che intorno 28 a.C., deduce una seconda colonia, il cui impianto è quello che ancora adesso è rilevabile nel centro di Torino, con il nome di    Julia Augusta Taurinorum. La colonia, inscritta nella    "Tribù romane" tribù Stellatina, ebbe la sua strutturazione definitiva nel    I secolo con l'edificazione della cinta muraria nella forma giunta, anche se in modo molto frammentario, fino a noi.

La Julia Augusta Taurinorum si sviluppò quindi con il caratteristico impianto urbanistico a scacchiera tipico delle città romane. Impianto mantenutosi ed ampliato fino ai giorni nostri, almeno nel centro cittadino. Il perimetro della città dovette misurare circa 2.875 metri, racchiudendo una superficie di 45 ettari, avente la forma di un quadrangolo con un angolo smussato. La cinta muraria era composta da mura che superavano i cinque metri di altezza e i due metri di spessore in cui si aprivano quattro porte: Decumana,    o Palazzo Madama e Casaforte degli Acaja" Prætoria, Principalis Dextera,    o Principalis Sinistra; la cinta era rafforzata da cinque torri angolari ottagonali e torrette di guardia su ciascun lato, in corrispondenza dello sbocco delle vie cittadine e un certo numero di    Posterla che si ritiene che fossero posizionate in corrispondenza di ciascuna torretta. L'interno delle mura presentava il cosiddetto intervallum, ovvero un camminamento che permetteva lo svolgimento di regolari ronde da parte delle milizie. La strada principale era il Decumanus maximum che collegava la Porta Prætoria con la Porta Decumana lungo quella che attualmente è    Via Garibaldi; a circa un terzo della sua lunghezza il Decumano incrociava il Cardus maximum che collegava le porte Principalis Dextera e Principalis Sinistra sviluppandosi lungo l'attuale tracciato di Via San Tommaso e Via Porta Palatina. In questo punto di incrocio era possibile vedere tutte e quattro le porte della città e accedere al grande spazio quadrangolare del Forum che, con molta probabilità trovava luogo a ridosso dei due assi viari principali, nell'area attualmente occupata da    Piazza Palazzo di Città, Piazza Corpus Domini e dai relativi caseggiati circostanti. Tale posizione del Foro cittadino e degli altri edifici pubblici, tranne che del    Teatro romno, può solamente essere supposta in base ad alcuni scavi effettuati negli anni Novanta che hanno rilevato tracce di una pavimentazione differente rispetto al normale basolato delle vie adiacenti.
Dopo la  sosta nel salotto buono della città, in piazza Emanuele Filiberto, dove si trovano due chiese: quella a sinistra detta “ delle serve” e quella a destra detta “ dei nobili”, ci siamo diretti al Museo Egizio, il secondo più importante del mondo dopo quello del Cairo; all’interno vi è la celebre Galleria delle Statue allestita dallo scenografo premio Oscar- Dante Ferretti. Qui, tra mummie e statuette votive, abbiamo concluso il pomeriggio e dopo aver visitato Piazza Castello ( con un bellissimo presepe e un calendario dell’Avvento che attira i visitatori per le acrobazie dei vigili del fuoco che ogni giorno, appesi ad una fune, aprono una finestrella con le immagini del Natale), Via Roma, Piazza Vittorio Veneto e il Palazzo Reale all’esterno, ci siamo diretti a Moncalieri per il pernottamento all’Hotel Campanile, un 3 stelle molto curato e confortevole.


2° Giorno - Venerdì 9 dicembre


Dopo una colazione “fantasmagorica” ci siamo diretti a Venaria Reale, la reggia sabauda dove è allestita la mostra “Leonardo. Il genio. Il mito.”  Ospitata nelle imponenti Scuderie Juvarriane, questa mostra è dedicata a Leonardo da Vinci, il personaggio che meglio rappresenta il genio italiano di tutti i tempi. Il pezzo forte della mostra è il celebre autoritratto di Leonardo, disegnato dal grande artista nel 1515 e l’unico sicuro suo autoritratto: si tratta di un piccolo disegno che tornerà nel caveau della Biblioteca Reale di Torino alla fine della mostra.  La mostra si sviluppa con altri disegni di Leonardo e opere come il Codice sul volo degli uccelli. Troviamo poi varie sezioni tra le quali va segnalata quella che contiene le opere di importanti artisti che nel corso dei secoli si sono ispirati a Leonardo. 
Il disegno del celebre autoritratto, l'unico sicuro dell'artista, viene in genere datato ai suoi ultimi anni di vita, quando viveva in Francia al servizio di Francesco I. Dopo la sua morte, con i manoscritti e il suo corpus di disegni e appunti, venne lasciato in eredità al fedele collaboratore Francesco Melzi, che lo portò alla sua villa a    Vaprio d'Adda, presso Bergamo. Qui gli eredi del Melzi sparpagliarono poi la collezione vinciana.

L'Autoritratto ricomparve agli inizi dell'   XIX secolo a    Milano, quando venne copiato e riprodotto in un'incisione per un libro, per poi scomparire nuovamente fino al  1840, quando un collezionista che lo aveva comperato forse in    Inghilterra o in    Francia, lo vendette a    Carlo Alberto di Savoia, assieme a disegni di altri grandi artisti come Raffaello e    Michelangelo. Dalle collezioni Savoia confluì poi alla Biblioteca Reale.

Da allora l'opera ha fatto da prototipo per innumerevoli rappresentazioni dell'artista, che sono entrate poi nell'immaginario collettivo.

Descrizione e stile.

L'opera mostra il volto di un uomo canuto, con lunghi capelli e lunga barba, calvo alla sommità della testa. Lo sguardo accigliato è rivolto a destra, con un'espressione seria e leggermente imbronciata. I segni del tempo sono ben evidenti, con solchi lungo la fronte, attorno agli occhi e ai lati della bocca lungo le guance. I dettagli sono molto curati, sebbene una parte appaia come non finita: per dare l'effetto del cranio liscio e calvo l'artista ricorse a pochissime linee, lasciando il foglio in alto quasi bianco.
La visita è proseguita con  una passeggiata tra i Giardini reali e un percorso tra le sale della Reggia dove sono custoditi molti ritratti dei Savoia.

All'inizio del  XVIII secolo, durante la guerra di successione spagnola, Torino venne più volte minacciata dall'esercito francese che, dopo alterne vicende, stava portando scompiglio nel Piemonte sabaudo. Nel  1705 l'assedio venne evitato per mancanza di rinforzi francesi ma, l'anno successivo, la città venne circondata e sottoposta all'   Assedio di Torino del 1706, assedio per 117 giorni.
Dopo la grande paura del 1706 Torino si espanse lentamente, grazie anche all'operato di grandi architetti che ebbero il compito di rendere la città degna del nuovo rango di capitale di un regno. Malgrado le continue guerre in cui fu coinvolto il    Regno di Sardegna solamente nel 1745 la città fu nuovamente minacciata direttamente dalla guerra, circostanza che causò un arresto nella crescita della popolazione.

In città, venne completato il    Palazzo Reale, evoluzione della precedente residenza dei duchi di Savoia; piazza Castello venne completata con imponenti palazzi creati per farne il palcoscenico della vita politica. Venne anche inaugurato, nel (1740), il    Teatro Regio, realizzato da Benedetto Alfieri su un progetto originale di Carlo di Castellamonte. Nel  1752, su un'area già destinata a spettacoli equestri e circensi venne realizzato il Teatro Carignano che distrutto da un incendio nel 1786 venne tosto ricostruito nella foggia che conserva tuttora.

L'aumento della popolazione rese necessario l'innalzamento degli edifici cittadini che raggiunsero anche i cinque o sei piani presentando, spesso, una stratificazione sociale verticale: il primo piano, detto piano nobile, ospitava l'aristocrazia mentre il piano superiore era abitato dalle famiglie borghesi; al di sopra abitavano la servitù ed i lavoratori delle botteghe e delle prime forme di industria.
L'organizzazione della città, divisa in quattro quartieri, si basava sui cantoni che raggruppavano, di regola, due isole ed erano gestiti da un capocantoniere, scelto dai decurioni che reggevano il comune. Agli inizi del XVIII secolo si contavano 119 isole raggruppate in 60 cantoni.
Nel    1777 venne aperto il primo cimitero di Torino quello di San Pietro in Vincoli, fuori dalla Porta di Palazzo, quasi in riva alla Dora, segnando così l'abbandono dell'usanza delle sepolture all'interno delle chiese.

Un esercito di artisti lavorò ai cantieri delle residenze sabaude tutto intorno alla città, residenze tra le quali si ricordano la    Reggia di Venaria Reale, il Castello di Moncalieri, la_Palazzina di caccia di Stupinigi. Oltre alle grandi residenze sabaude il territorio intorno alla città, e soprattutto la collina, ospitò quelle che erano dette vigne, residenze estive delle famiglie più abbienti, sia aristocratiche che borghesi, e contemporaneamente luoghi di produzione di frutta ed ortaggi destinati alle mense dei loro proprietari.
Sempre all'esterno della città incominciarono a delinearsi alcuni dei grandi viali alberati che saranno poi tipici della città: il viale rettilineo che conduceva al castello di Rivoli (l'attuale corso Francia), quello che andava in direzione della Palazzina di Caccia di Stupinigi (l'attuale corso Unione Sovietica) e quello che conduceva al Castello del Valentino, uscendo dalla Porta Nuova (lungo le attuali via Nizza e corso Marconi).

Nel pomeriggio, la prevista visita di Susa è stata annullata per evitare la manifestazione dei No-Tav e abbiamo completato la visita di Torino con una passeggiata tra il Duomo di San Giovanni Battista che conserva la Sacra Sindone e il centro città, per godere delle bellezze di piazze e vie vestite a festa. Tra un “ bicierin” ( gustosissima bevanda a base  cioccolato, caffè e panna) e un vassoio di gianduiotti abbiamo completato l’”attentato” alla nostra linea, prima di rientrare in albergo per la cena.

3° giorno-10 dicembre


Siamo giunti quasi alla fine e ci prepariamo al rientro a Pordenone, non prima di un’ulteriore escursione fuori Torino, verso la Val di Susa per visitare  l’Abbazia Sacra di san Michele: la leggenda racconta che fu costruita dagli Angeli sul monte  Pirchiriano, a 960 metri di altitudine, intorno al X secolo. Il monumento, simbolo della regione Piemonte, si raggiunge dopo una serie di tornanti di montagna e una passeggiata in salita tra boschi e uno splendido silenzio, che ha portato qualcuno di noi a chiedere di rimanere lì, lontani dai problemi e dalle incombenze quotidiane. Si accede alla chiesa percorrendo lo Scalone dei Morti ( così chiamato per le nicchie lungo le pareti in cui erano riposte le spoglie dei monaci o più prosaicamente perché ci si arriva mezzi morti dalla stanchezza!). All’interno si trovano pitture cinquecentesche e una cosa strana: dal pavimento emerge la punta del Monte Pirchiriano. Qui venne a pregare papa Giovanni Paolo II e una fotografia ne è testimonianza. 
Dopo un lauto e ottimo pranzo al ristorante Caccia Reale ad Avigliana, in cui ci siamo abbuffati tra vitello tonnato, risotto al barolo, faraona e dolce al gianduia ( Naturalmente il tutto sempre condito dall’ottimo dolcetto delle Langhe), siamo mestamente partiti per il rientro a Pordenone. Tra qualche sosta “idrica” in autostrada e qualche scambio di indirizzi, siamo arrivati a destinazione in perfetto orario e pronti per la prossima gita organizzata dagli Amici della Cultura.


Liviana Covre