Mostre ed Eventi

TRAME DI CINEMA
DANILO DONATI E LA SARTORIA FARANI
I COSTUMI NEI FILM DI CITTI, LATTUADA FAENZA, FELLINI, PASOLINI, ZEFFIRELLI
e

Museo delle Carroze d’epoca

San Martino di Codroipo

 

Venerdì 23 maggio 2014

 

 

Non perdetevi questa mostra! Noi siamo andati a vederla dopo aver visitato il Museo della carrozze d’epoca a San Martino di Codroipo, un museo quasi fuori dal mondo, inaugurato nel 2006 e a soli pochi passi da Villa Manin. All’interno 44 carrozze (ed una slitta!) perfettamente funzionanti e un settore dedicato a giocattoli dell’’800-‘900. Il museo, ricavato nella struttura di una ex filanda, nello splendido scenario di una villa veneta, Villa Kechler, si articola in tre gallerie sovrapposte collegate e tre piani di una torretta centrale che conserva i caminetti, utilizzati all’epoca per l’allevamento dei bachi da seta. Un patrimonio tematico sul mondo della carrozza, costituito dicevo da 44 carrozze dei secoli XIX-XX con i relativi accessori da viaggio, finimenti per l’attacco, cavalli realizzati a mano a grandezza naturale e una selleria militare, proveniente da un unico proprietario, il collezionista Antonio Lauda ( Foggia 1925-Codroipo 2000). Notevole la portata per la testimonianza etnografica delle vetture fabbricate dalle più note carrozzerie dell’epoca in Europa e per la varietà delle tipologie in uso, tra le quali anche un modello per la licenza di scuola guida, vari modelli per il trasporto dei bambini, nove cavalli realizzati in gesso e cartapesta, di diversa provenienza, europea, ungherese, russa e dalla Turchia. Tra gli accessori da viaggio, fruste, frustini, trombe, stivali, cappelliere e collari antichi, e si segnala in particolare una comodina da viaggio in radica di noce, recentemente donata al museo. 

 


 

Ma torniamo a Trame di Cinema: la mostra ospita la straordinaria collezione di costumi disegnati da Danilo Donati, nel corso della sua carriera di scenografo e costumista, e realizzati dalla storica Sartoria Farani, oggi diretta dal friulano Luigi Piccolo. Nelle diciotto stanze sono presenti centoundici abiti, perfettamente restaurati, commissionati da alcuni dei più importanti maestri del cinema italiano, da Federico Fellini a Pier Paolo Pasolini, da Franco Zeffirelli a Alberto Lattuada. Le voci dei registi, le colonne sonore e una selezione di testi accompagnano il visitatore in un viaggio nei set ricostruiti con ingrandimenti fotografici e con la proiezione di sequenze dei film. Il lavoro dell’officina Donati/Farani è inoltre documentato dai bozzetti preparatori e dalle immagini del lavoro all’interno della sartoria di via Dandolo a Roma. I film che costituiscono il fil rouge di questa avventura sono alcuni dei capolavori di Federico Fellini da Fellini-Satyricon (1969) a I Clowns (1970), da Amarcord (1973), a Intervista (1987), fino a Il Casanova di Federico Fellini (1976). De La mandragola (1965) di Alberto Lattuada si potranno ammirare gli abiti indossati da Philippe Leroy, mentre per La bisbetica domata (1967) di Franco Zeffirelli ci saranno quelli indossati da Richard Burton. Di Storie scellerate (1973) diretto da Sergio Citti, allievo prediletto di Pier Paolo Pasolini, si potranno ammirare i costumi carnevaleschi, assieme a quelli di Marianna Ucrìa (1997) di Roberto Faenza. Grande spazio è dedicato ai costumi realizzati nell’ambito del sodalizio di Danilo Donati con Pier Paolo Pasolini iniziato nel 1963 con La ricotta. Dalla giacchetta di lana indossata da Totò in Uccellacci e uccellini (1966), ai costumi dei sacerdoti, dei magi e degli apostoli de Il Vangelo secondo Matteo (1964), per i quali la fonte d’ispirazione fu la pittura di Piero Della Francesca, agli abiti dei soldati protagonisti del sogno del martirio in Porcile (1969), a quelli “di arcaica bellezza” indossati dai protagonisti di Edipo re (1967). Il salone centrale è dedicato alla Trilogia della vita: da Il Decameron (1971) a I racconti di Canterbury (1972) con quello indossato dallo stesso Pasolini, al Il fiore delle mille e una notte (1974) dove gli elmi, le lance, le tuniche e i mantelli tessuti a mano rivelano la grande capacità inventiva di Danilo Donati. La mostra si chiude con i costumi di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).

 


BASTIA DEL CASTELLO DI TORRE DI PORDENONE

Sabato 31 MAGGIO 2014 alle ore 17.00

Inaugurazione della mostra, presentazione delle opere e chiusura seconda settimana di Humus Park a cura di Angelo Bertani e Guido Cecere.

Premiazione del gruppo di ragazzi delle scuole medie di Montereale, Maniago e Vivaro, vincitori del concorso “Land Art” progetto di cooperazione transnazionale promosso dal GAL Montagna Leader. Premiazione degli studenti vincitori del Premio GEA.

 

Seguirà la visita al Parco del Castello di Torre. Non mancate!

 

HUMUS PARK

4° FESTIVAL INTERNAZIONALE DI LAND ART

 

14 giorni, 3 comuni, 2 location, oltre 70 artisti da 12 paesi del mondo, 7 Scuole d’Arte e Accademie coinvolte.

Per la sua quarta edizione, in programma dal 18 al 31 maggio 2014, Humus Park, International Land Art Meeting and Exposition a cadenza biennale organizzato dal Comune di Pordenone assieme ai Comuni di Caneva e Polcenigo, con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e della Provincia di Pordenone, raddoppia e si fa itinerante.

 

I luoghi e le settimane di lavoro infatti saranno due, la prima dal 18 al 24 maggio al Palù di Livenza, la seconda, dal 26 al 31 maggio, nel Parco del Museo Archeologico a Pordenone, dove si sono svolte le precedenti edizioni. 

 


"La ragazza con l'orecchino di perla” e Bologna

Il mito della Golden Age

Da Vermeer a Rembrandt

Capolavori dal Mauritshuis

5 maggio 2014

 

 

 

Mostra piccola, Bologna grande. Questa per me è la sintesi della giornata di lunedì 5 maggio, che ci ha visti turisti nella città emiliana per vedere la mostra La ragazza con l'orecchino di perla e il secolo d’oro olandese, esposizione itinerante in giro per il mondo da ben 2 anni, dato che il museo Mauritshuis dell’Aia che accoglie queste opere è chiuso per restauro. 

Siamo arrivati a Palazzo Fava, splendida dimora del XVI sec. con affreschi di Carracci (contemporaneo di Caravaggio), e la guida ci ha raccontato un po’ la storia del museo Mauritshuis, fondato da Federico Enrico principe d’Orange, museo che ha subito diverse traversie dal 1640 fino al 1822, quando è diventato proprietà dello stato olandese. Con molta enfasi, che all’inizio mi ha lasciata dubbiosa, ma che poi ho apprezzato molto, la nostra guida ci ha condotto passo passo lungo il percorso raccontando il contesto storico che ha portato alla realizzazione di questi quadri, decisamente d’avanguardia rispetto alla moda europea del periodo. L’Olanda intorno al 1600 era uno stato ricchissimo, con un mercato internazionale molto fiorente, che portò benessere e linfa non solo a pochi ma a una grande quantità di popolazione, anche la gente comune sentiva il bisogno di cultura e arte, e quindi spesso i quadri venivano commissionati per abitazioni piccolo borghesi e ritraevano scene agresti o paesaggi che non restavano contemplativi ma descrivevano realisticamente animali che per la prima volta diventavano protagonisti (es. Mucche in un prato di P.Poffer o il bellissimo Paesaggio verso il Reno di J.Van Goyen, o Paesaggio invernale e ancora Veduta di un lago), scene di lavoro, di vita campestre, di panorami infiniti, di marine estese, che erano la celebrazione del rilassamento mentale, di sentimenti intimi come la malinconia o il senso dell’infinito, in cui proporzioni, luce e profondità venivano rivoluzionati.

 

 

Interessanti anche i ritratti di J Oljcan e Aletta Hanemas di F.Hals molto realisti , in cui la ricchezza del tessuto, dei ricami, dei colori, esprimono lo stato sociale elevato e la magnificenza dei personaggi.

Con molto fervore la nostra guida ci descrive la rivoluzione della luce di Rembrant (cognome Van Rijn), luce rubata alle candele (vista la poca luce naturale a disposizione) e così ci entusiasmiamo davanti al Canto di lode di Simeone, in cui la luce diventa canto e la capacità di inventare il tono su tono invece della classica sfumatura. Il ritratto di Uomo con cappello piumato è un altro esempio eclatante del suo virtuosismo, la capacità di dipingere la luce dell’ombra.

Altro aspetto che viene sottolineato e che traspare da alcuni quadri è che già nel 1600 in Olanda, 

sicuramente grazie agli scambi commerciali e al benessere economico, la cultura era un bene diffuso (es. Donna che scrive una lettera di Barch, che sicuramente non è né nobile né suora) il lavoro di qualsiasi tipo era rispettato e considerato (es. il bellissimo La vecchia merlettaia di Igss, in cui la deliziosa figura sembra su un piedistallo) e la religione rendeva tutti uguali davanti a Dio (il quadro di De Hook in cui il prelato che ostenta ricchezza ma dialoga con la cameriera che beve in sua presenza).

Eccezionale anche Il Cardellino di Carel Fabritius datato 1645, dove la luce risulta ipnotizzante e apparentemente la figura dell’uccellino è semplicissima ma in realtà, nei secoli a venire, gli verranno dati dei giudizi complessi, in effetti quella catena che gli vieta la libertà è un’icona alla natura divina della libertà.

Nell’ultima sala, in totale solitudine ecco La ragazza con l'orecchino di perla, divenuta dopo il libro e il film di 15 anni fa, una vera e propria dea, una sorta di Gioconda olandese. Tecnicamente banale, non di committenza e quindi lontano dai canoni classici del ritratto, non ha prospettiva, non ha nulla della consueta descrizione maniacale dei particolari di Vermeer. Eppure il pittore è riuscito a cogliere l’attimo magico, lo sguardo viene fissato magistralmente nel momento in cui lei si gira, e chi la guarda non può evitare di restare suggestionato e perdersi in quello sguardo enigmatico. Una sorta di primo esperimento della camera oscura, che in futuro svilupperà una nuova arte: la fotografia. 

 

La vera sorpresa, mia ma anche di molti altri come ho potuto cogliere dai commenti entusiasti, è stato il giro per Bologna, in compagnia di una discreta ma preparatissima guida. Ho scoperto una città che mi ha entusiasmato e che voglio assolutamente conoscere più a fondo. Da Piazza Maggiore, ricchissima di monumenti strepitosi come il Palazzo Comunale, il Palazzo del Podestà, il Palazzo di Re Enzo, la Fontana di Nettuno del Gianbologna, il Palazzo dei Banchi e la Basilica di S. Petronio, con una facciata straordinaria e l’interno ricchissimo di opere d’arte, ci siamo recati all’interno della chiesa di S. Maria della Vita dove si ammira un capolavoro del ‘400 di Niccolò dell’Arca: il gruppo di terracotta Le Marie piangenti sul Cristo morto. Semplicemente da piangerci. Quindi passeggiando lungo stradine armoniose, tra portici rassicuranti ed edifici ben conservanti siamo giunti ad un grande spazio monumentale che ci ha lasciato tutti basiti: S. Stefano. Si tratta di un complesso che doveva riprodurre per volere del vescovo Petronio, nel V sec., i santuari del Golgota. Chiese e chiostri, ambienti chiusi e luoghi aperti appaiono come pezzi di un puzzle incastrati tra loro. Strepitoso. Proseguendo per via S. Stefano, su cui si affacciano palazzi prestigiosi 

di famiglie nobili della città come i Bolognini, o più avanti i Pepoli, si arriva a piazzetta Mercanzia, con il bellissimo Palazzo dei Mercanti e poi a Porta Ravegnana, famosa soprattutto per le Torri della Garisenda e Asinelli, che svettano eleganti e sicure nonostante i loro 900 anni, e sono il simbolo della città.

Eccoci poi al Palazzo dell’Archiginnasio antica sede dell’università, fondata nel 1088. I muri, le volte, le scale, sono interamente rivestiti di stemmi e iscrizioni che testimoniano il passaggio di generazioni di studenti e docenti. Spettacolare.

Bologna la dotta, Bologna la grassa, Bologna la rossa, sono tutti epiteti che calzano perfettamente alla città. Direi anche Bologna la viva, Bologna l’accogliente, Bologna la gaudente e mille altri aggettivi entusiasmanti.

 

Grazie Loredana, la mostra forse non meritava il viaggio, ma la città sicuramente sì. TORNIAMOCI!!!!!

 

 

Anna Saccon

 


I polimaterici e le nuove tecniche della pittura 

Tecniche espressive nell’arte friulana del secondo ‘900

 

 

Purtroppo ultima lezione del corso tenuto dal Prof. Fulvio Dell’Agnese I sopravvissuti a Duchamp”, conclusosi presso la Bastia del Castello di Torre,sede che ha ospitato tutti gli incontri sulle tecniche espressive dell’arte friulana del secondo ‘900. E anche questa volta il professore Dell’Agnese non si è smentito in quanto a sorprese e colpi di scena! Dopo aver introdotto il tema della serata dedicata agli artisti polimaterici, ha proiettato un incredibile video realizzato in una delle due fonderie artistiche rimaste in Italia, quella di Pietrasanta in Toscana, dando così la possibilità di assistere ad una fusione a cera persa di una scultura bronzea di importanti dimensioni. Mentre il suono dello sfrigolare del bronzo incandescente riempiva la sala della Bastia, e tutti restavano a bocca aperta nell’assistere ad una tecnica di altri tempi, Fulvio spiegava i vari passaggi della lavorazione: dalla realizzazione dello stampo, alla colatura della cera, alla costruzione della gabbia  in terra cotta, passo dopo passo per giungere alla creazione dell’opera in bronzo finita. Così il vociare in sala commentava ancora la spettacolare colata appena vista, e nel frattempo una foto di Gino Bramieri degli anni ’60, introduceva il moplen e l’ormai ben nota plastica diventata altro elemento essenziale per i già citati artisti polimaterici. Cominciando da Gianni Pasotti, friulano doc e Pordenonese di adozione, che dalla fine degli anni ’80 si è dedicato alla lavorazione della plastica, ottenendo trasparenze incredibili e colori per niente casuali, giocando allo stesso tempo con una sottile ironia, come dimostra l’opera “Sguardo di lettore” qui riprodotta. 

 


 

Dell’Agnese ha poi parlato di Adriano Visentin, artista goriziano legato all’uso della pietra ma sperimentatore anche della plastica, e ancora di Giorgio Valvassori che realizza particolari opere anche in carta, e di Guerrino Dirindin, nostro vecchio amico e creatore di innumerevoli installazioni che a sorpresa spesso appaiono in città. Dirindin da un paio di anni a questa parte si sta dedicando alla creazione di opere realizzate con la terra, lo troveremo tra non molto al Parco del Palù di Polcenigo durante la terza edizione di Humus Park. Pubblichiamo una fotografia significativa dove sullo sfondo compare un lavoro di Guerrino, introdotto dalle inconfondibili sculture di Paola Moro, a mio avviso ineguagliabile artista che, come ha ricordato Fulvio, si dedica al ready made riutilizzando materiali di scarto industriale. Ricordiamo la mostra Wunderkammer di Paola Moro del 2007 presso il Convento del San Francesco, esposizione indubbiamente tra le più suggestive realizzate negli ultimi anni a Pordenone. Concludono l’incontro le opere di Massimo Poldelmengo, un intreccio di ferro, vetro, acciaio, pietra e legno, materiali contrastanti tra loro per consistenza e tipologia ma tradotti dall’artista in maniera esemplare. 

A proposito indovinate chi c’era tra il pubblico in sala? Gianni Pasotti, che certo non è passato inosservato…… 

 

Loredana Schembri


“L’Ossessione Nordica”

  Mercoledì  9 aprile  2014

Palazzo Roverella

ROVIGO 

 

 

E' sempre un piacere incontrarci tra "amici": saluti, sorrisi, "come va"? Ormai sono anni che la passione per l'arte ci accomuna. Questa volta andiamo a Rovigo, la mostra si intitola L’Ossessione Nordica.
Arriviamo con un leggero anticipo a così approfittiamo per fare una passeggiata in centro. Tra i vari monumenti spicca una bella chiesa: Santa Maria del soccorso detta la Rotonda.

 



La mostra si trova invece a palazzo Roverella. E' una collezione di opere che comprende un periodo a cavallo tra l'Otto e Novecento. Sono opere che arrivarono alle biennali di Venezia; venivano da un mondo lontano, erano di artisti tedeschi, scandinavi e svizzeri.

Böckin raffigurava mondi fantastici che si ispiravano a saghe nordiche, al mondo dei morti e alle figure mitologiche. Passando tra le varie stanze, le opere che all'inizio erano

ANGIOLO D’ANDREA, LA (RI)SCOPERTA DEL MAESTRO FRIULANO DEI PRIMI ‘900

Inaugurata ieri, alla Galleria Pizzinato, la mostra che sarà visitabile 

fino al 21 settembre

 

 

Un artista ingiustamente dimenticato, una notevole produzione artistica che rivive a Pordenone grazie alla Fondazione Bracco di Milano: è stata inaugurata ieri alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Armando Pizzinato, l’esposizione “Angiolo D’Andrea, la riscoperta di un maestro tra Simbolismo e Novecento”, visitabile fino al 21 settembre 2014. 

 

In una sala gremita di pubblico, Claudio Pedrotti sindaco di Pordenone, Claudio Cattaruzza Assessore comunale alla cultura, Michele Leon sindaco di San Giorgio della Richinvelda, Diana Bracco presidente dell’omonima Fondazione e Luciano Caramel curatore della mostra, hanno presentato la rassegna che vuole riportare alla memoria (o svelare per la prima volta) la produzione pittorica dell’artista di Rauscedo, indagandone la personalità e soprattutto lo stile figurativo.

 

Angiolo D’Andrea nasce nel 1880 a Rauscedo e poco più che ventenne si trasferisce stabilmente Milano: qui avvia una collaborazione come illustratore con la rivista diretta da Camillo Boito Arte Italiana Decorativa e Industriale. Il suo eclettismo artistico e le amicizie con gli architetti Giulio Ulisse Arata e Antonio Sant’Elia, lo avvicinano all’architettura, dove trova importanti riconoscimenti nella decorazione di diversi edifici lombardi: nel 1914 realizza un mosaico per lo storico bar Camparino di Galleria Vittorio Emanuele. I suoi numerosi viaggi in Sicilia ritornano spesso nell’opera, così come la sua personale esperienza al fronte durante la Prima Guerra Mondiale. Rientrato a Milano, lavora a paesaggi e vedute, ritrae l’eros femminile e la maternità; dagli anni ’20 si avvicina al sacro, ai soggetti religiosi e nature morte floreali. La distanza ideologica, dal fascismo, e culturale, dalle avanguardie dei primi anni del ‘900, riducono la sua presenza pubblica: isolato dalla comunità artistica dell’epoca e dimenticato dalla stampa di regime, rientra molto malato al paese natio, dove muore nel 1942.  

 

All’indomani della sua scomparsa, Elio Bracco, fondatore di origini istriane dell’azienda farmaceutica, ne acquista tutte le opere rimaste nello studio milanese, grazie all’amico di D’Andrea, Carlo Fontana. L’intento è quello di realizzare una grande mostra, che però viene ostacolata dalla guerra. La nipote di Elio, Diana Bracco, oggi presidente della Fondazione, porta avanti il progetto del nonno e nel 2012-’13 allestisce l’esposizione a Palazzo Morando, a Milano: oggi questa rassegna, arricchita di nuovi elementi, rivive finalmente a Pordenone, in un percorso espositivo di 120 opere articolate in dieci aree tematiche, provenienti per lo più dalla collezione privata della famiglia Bracco, ma anche dal Mart di Rovereto, dalla Galleria Rizzarda di Feltre e dal Museo del ‘900 di Milano.

 

La mostra è aperta al pubblico da martedì a sabato, ore 15.30-19.30 e domenica, ore 10.00-13.00 e 15.30-19.30, fino al 21 settembre. È importante segnalare che contestualmente a questa rassegna, il comune di San Giorgio della Richinvelda, ha allestito nella Sala Consiliare comunale l’esposizione “Angiolo D’Andrea Illustratore” in apertura il 12 aprile, una raccolta della produzione grafica dell’artista finora mai esposta in modo organico. 

 

 

Alice Sannia


I SOPRAVVISSUTI A DUCHAMP

L’affresco: Giancarlo Venuto e Renzo Tubaro

Martedì 1 aprile 2014

Bastia del Castello di Torre – Pordenone

 

 

Grande affluenza di pubblico anche per la seconda lezione di storia dell’arte del ‘900 friulano tenuta dal prof. Fulvio Dell’Agnese: tema dell’incontro l’affresco. 

In sala, ospite d’onore, l’artista Giancarlo Venuto accompagnato dal prof. Paolo Goi, Conservatore del Museo Diocesano di Arte Sacra di Pordenone e Presidente dell’Accademia “San Marco”. 

Un’introduzione del prof. Dell’Agnese sulle tecniche d’affresco, dal Cinquecento ad oggi, ha aperto la strada alla presentazione delle opere di Venuto che, partendo dagli anni ’80 per giungere fino ai giorni nostri, ha sempre trattato con estrema maestria sia il sacro che il profano, raggiungendo l’apice artistico con splendidi giochi di contaminazioni quali ad esempio l’  affresco ed il mosaico. 

 


 

Altro artista trattato in ambito della pittura parietale, attivo in Friuli dal 1940 e uno tra i più attivi decoratori di chiese della regione, è stato Renzo Tubaro. Un excursus di opere tra il ’49 ed il ’62, sunto di felicità cromatica e orchestrazione di luminosità in immagini di repertorio tratte ad esempio dal Veronese, è stato accompagnato dalla proiezione di studi, disegni e sanguigne dello stesso artista.

Prossimo appuntamento con la fotografia: Ciol, il contesto goriziano, De Marco, Mittica.

Martedì  8 aprile ore 17.30–19.30 sempre presso la Bastia del Castello di Torre a Pordenone.

 

 

Loredana Schembri


I SOPRAVVISSUTI A DUCHAMP

Tecniche espressive nell’arte friulana del secondo ‘900

 

 

Posti praticamente esauriti per la prima lezione di storia dell’arte sulle tecniche d’arte friulana del secondo ‘900, tenuta dal prof. Fulvio Dell’Agnese e svoltasi Martedì 25 marzo nella sala incontri della Bastia del Castello di Torre a Pordenone, sponsorizzata dal Comune di Pordenone e organizzata dagli Amici della Cultura. 

Dopo una esauriente introduzione su Marcel Duchamp (le cui opere artistiche non erano altro che un readymade, oggetti già esistenti e di uso comune, presi da lui e riproposti in altri contesti in una sorta di arte concettuale) e sull’avanguardia storica del movimento dadaista, sono state analizzate opere e artisti quali Tristan Tzara, Piero Manzoni, Man Ray, Andy Warhol e Damien Hirst, spiegando il significato della parola “sopravvissuti” che fa bella mostra nel titolo del corso in questione. I sopravvissuti non sono altro che quegli artisti, figli di un’epoca tanto reazionaria, che nonostante le tendenze dada continuarono a fare arte con tecniche consolidate quali la pittura e la scultura. E da qui l’auditorio si è ritrovato immerso nella tecnica della fusione a cera persa di Marcello Mascherini, nelle opere in legno, gesso e ferro dei fratelli Dino e Mirko Basaldella, nell’uso del marmo di aurisina utilizzato da Giampietro Carlesso, nelle opere provocatorie di Maurizio Cattelan e ancora nel marmo nero del Belgio e nel marmo grigio carnico esemplarmente scolpito da Edy Carrer, giovane artista pordenonese famoso per le sue coinvolgenti nonché spettacolari istallazioni.  

 


 

Prossimo appuntamento con l’affresco: Tubaro, Celiberti e Venuto. 

Martedì 1 aprile ore 17.30 sempre presso la Bastia del Castello di Torre. Non mancate!

 

 

Loredana Schembri

Un Cinquecento inquieto

da Cima da Conegliano al rogo di Riccardo Perucolo

PALAZZO SARCINELLI 

Conegliano

Giovedì  20 Marzo 2014

 

 

La mostra a cura di Gian Domenico Romanelli e Giorgio Fossaluzza, racconta l’importanza della pittura del primo cinquecento coneglianese e degli immediati dintorni nella storia dell’arte italiana. Si trattò di un luogo e di un periodo particolarmente inquieto: Conegliano, centro di cultura, di incontri e convergenze, di personalità importanti e presenze innovative, luogo di dispute e tensioni religiose che influenzarono l’arte di chi vi soggiornò.

L’esposizione ricrea un viaggio affascinante tra la dolcezza del paesaggio e il ricordo dell’avventura eretica attraverso opere d’arte, dipinti di ufficiale e pubblica devozione e opere frivole e private. Palazzo Sarcinelli ospita, oltre agli affreschi del palazzo realizzati da Riccardo Perucolo, circa trentacinque opere, di cui venticinque in mostra (più oggetti, documenti, libri ed incisioni di Albrecht Dürer) e circa una decina di realizzazioni distribuite tra Conegliano e dintorni. Un itinerario tematico che ha come fulcro Palazzo Sarcinelli, ma coinvolge l’intero territorio in una suggestiva scoperta della Marca trevigiana.

Tra i pittori, oltre a Cima da Conegliano, troviamo Sebastiano Florigerio, Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone, Pomponio Amalteo, Francesco da Milano e ancora Palma il Vecchio e Riccardo Perucolo.

 

L’allestimento, forse non troppo curato nell’illuminazione, penalizza con dei fastidiosi riflessi splendide opere che, per fortuna, possiamo ammirare di sovente nei nostri luoghi. Magnifica invece la serie di xilografie del Dürer, La Grande Passione e La Piccola Passione, dove le forme tardogotiche si fondono con la costruzione anatomica dei corpi protagonisti, che riconducono alle immagini dell’arte italiana che l’artista aveva potuto ben studiare durante il suo soggiorno veneto.


I SOPRAVVISSUTI A DUCHAMP

Tecniche espressive nell’arte friulana del secondo ‘900

 

 

Anche per il 2014 è stato organizzato un corso di formazione per i Soci: un ciclo di lezioni sulla storia dell’arte, tenute dal prof. Fulvio Dell’Agnese presso la Bastia del Castello di Torre. Gli incontri, che si terranno sempre di Martedì dalle ore 17.30 alle ore 19.30, verteranno sulle tecniche espressive nell’arte friulana del secondo Novecento ed il corso, I sopravissuti di Duchamp,sponsorizzato e Patrocinato dal Comune di Pordenone, pur essendo stato organizzato per i Soci verrà aperto alla fruibilità di chiunque voglia parteciparvi. Il primo appuntamento La scultura in pietra e bronzo: da Mascherini ai Basaldella, da Carlesso alle ultime generazioni” sarà Martedì 25 marzo. Seguiranno L’affresco:  Tubaro, Celiberti, Venuto” Martedì 1 aprile, “La fotografia: Ciol, il contesto goriziano (Frullani, Kusterle, Scabar; Ruzzier, Spanò), De Marco, Mittica” Martedì 8 aprile e per finire I polimaterici e le nuove tecniche della pittura: Pasotti, Poldelmengo, Di Iorio” Martedì 22 aprile.  

 

 

Per informazioni tel. 349 7908128,  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e www.amicidellacultura.it