Mostre ed Eventi

Museo Civico d’Arte Orientale

e

Museo Revoltella

28 marzo 2018 – Trieste

 

 

Gita fuori porta a Trieste, per gli Amici della Cultura, senza bora e con una splendida giornata primaverile, per visitare il Museo d’Arte Orientale, nei pressi di Piazza dell’Unità d’Italia, in una casa patrizia settecentesca nel cuore della città vecchia, palazzetto Leo, che dal 2001 ospita una collezione di oggetti orientali provenienti prevalentemente da Cina e Giappone. I pezzi che formano la raccolta, nata sull’onda della curiosità antropologica e della ricerca di oggetti esotici d’arredamento, sono oggi esposti sui tre piani dell’edificio e giunsero a Trieste con le navi ed i piroscafi del Lloyd Austriaco di Navigazione. E così si alternano pezzi provenienti dal Gabinetto Cinese Wunsch, una realtà commerciale a metà tra il negozio ed il museo, peculiare della Trieste tra il 1840 e il 1890, a pezzi di collezioni private o ancora raccolte frutto di celebri spedizioni come quella più recente della conquista del K2 datata 1954. Porcellane, maioliche, sete, stampe, maschere del teatro Kabuki, armi e armature giapponesi, oggetti, vestiti e spettacolari aquiloni, si avvicendano tra le varie sale immergendo lo spettatore in tradizioni e culture lontane e passate e allo stesso tempo vicine e attuali.



Dopo una pausa pranzo, tra “petes” e ottimi piatti triestini rivisitati in una cucina per palati sopraffini, ecco di nuovo immergerci nella Trieste della seconda metà dell’’800 all’interno del Museo Revoltella, dimora storica dell’omonimo Barone, divenuto celebre con il commercio ed i progetti per il Canale di Suez, dove tutto lo sfarzo Ottocentesco risplende tra mobili, quadri, fontane, sculture, pavimenti, marmi e soffitti sublimi. Lasciando il salone delle feste, fin accecante per gli sfarzi dorati, si passa dalle stanze della Casa Museo al vero e proprio Museo d’Arte, dove delle mirabili opere che coprono uno spazio di tempo che va dalla metà dell’Ottocento ai giorni nostri, fanno da padrone lasciando lo spettatore senza fiato! De Nittis, Luigi Nono, Zigaina, Fontana, i Basaldella e ancora tante altre opere trovano posto in tre palazzi riuniti in un solo, in un perfetto progetto di Scarpa che porta alla fine lo spettatore su una terrazza da dove è possibile ammirare Trieste e il suo golfo. Come non farsi catturare da così tanto splendore?





Loredana Schembri



L'immagine del ritorno

Inaugurazione mostra fotografica

domenica 11 marzo ore 11.00 – Sala Esposizioni Biblioteca Civica Pordenone
presentazione di Angelo Bertani
con la partecipazione di Atiq Rahimi

 

 

Dopo vent’anni d’esilio Atiq Rahimi è ritornato a Kabul nel 2002 e, attraverso il filtro di una vecchia e rudimentale macchina fotografica, si è incamminato sulla via che avrebbe potuto portarlo a riconquistare l’identità perduta. Ne è nato un racconto in cui la fotografia accompagna per mano la scrittura e la scrittura accompagna per mano la fotografia. La narrazione è intessuta di silenzi, come in un’antica favola, e sia le immagini che le parole sembrano sospese in un’attesa.

La mostra rimarrà aperta dall’11 marzo al 21 aprile
dal martedì al sabato ore 09.00-19.00 - domenica 10.30-12.30 / 16.00-19.00
(chiuso sabato 31 marzo e domenica 1 aprile)

 in collaborazione con Biblioteca Civica di Pordenone in ricordo di Nicoletta Pozzi

con la partecipazione di Amici della Cultura e Liceo Leopardi Majorana di Pordenone 

DEDICA A ATIQ RAHIMI 

apertura del festival con Atiq Rahimi

Sabato 10 marzo - ore 16.30
Teatro comunale Giuseppe Verdi Pordenone

 

 

Un unicum che da ventiquattro anni caratterizza il vivace panorama delle rassegne letterarie italiane: questo è il festival Dedica, grazie alla sua originale formula che concentra in un’intensa settimana di spettacoli, conversazioni, cinema, musica, arte, libri, percorsi per giovani e famiglie, una vera immersione nel mondo dell’autore protagonista, attorno al quale ogni edizione costruisce il proprio specifico itinerario. Dedica offre dunque al pubblico un’occasione rara per condividere una coerente riflessione sulla figura dell’ospite scelto come dedicatario, cosicché dal fulcro della sua produzione letteraria si possa spaziare sul pensiero, sui contesti culturali, sulle varie forme artistiche che i più diversi mezzi espressivi sanno far emergere dalla sua opera.

L’edizione 2018 del festival è dedicata ad Atiq Rahimi, scrittore, fotografo e regista franco–afghano vincitore del prestigioso Premio Goncourt del 2008. Narratore raffinato e sensibile, dallo stile intenso ed essenziale, affronta temi drammatici come il dolore, la guerra, la violenza, l’oppressione, la condizione della donna, in un contesto che è quello del suo Paese d’origine, ma che, dato l’incalzare dell’attualità, può trovare sede ovunque e indurre ad un approfondimento e a una riflessione di carattere più generale.

Ideato e curato da Thesis Associazione Culturale, il progetto Dedica è promosso da istituzioni ed enti pubblici - in particolare dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, da PromoTurismoFVG, dal Comune di Pordenone, dalla Fondazione Friuli - e realizzato con il sostegno di importanti soggetti privati: lo special partner Servizi CGN, Crédit Agricole FriulAdria e UnipolSaiAssicurazioni - Agenzia di Pordenone.
“Bellini e i belliniani” 

Dall’Accademia dei Concordi di Rovigo

Conegliano - Palazzo Sarcinelli - 17 Maggio 2017

 

La mostra di quest’anno a Palazzo Sarcinelli, proseguendo le esplorazioni sulle trasformazioni dei linguaggi della pittura veneziana e veneta negli anni magici tra Quattro e Cinquecento, approda alla figura imprescindibile di Giovanni Bellini, scelta doverosa nel quinto centenario della morte del maestro.

Chi sono, quindi, i giovani artisti e collaboratori del grande Giambellino? Come si formarono, quale posto avevano nella produzione dell’atelier, della bottega, come si diceva allora? Che cosa trassero e che cosa a loro volta tramandarono dalla frequentazione e dalla stessa collaborazione con un artista-intellettuale tanto sublime per pensiero e per invenzione, per tecnica e non meno che per precisione formale?  La mostra prende le mosse proprio da queste domande e trova nella raffinata collezione dell’antica e prestigiosa Accademia dei Concordi di Rovigo lo spunto per tracciare una sorta di mappa (ipotetica e virtuale, ma supportata da una eletta serie di dipinti)  dei belliniani o, almeno, di una parte significativa e originale di tale universo d’uomini e di capolavori.

Bellini ha lasciato indubbiamente il segno inconfondibile del suo passaggio, ha creato punti di riferimento che hanno fatto scuola per un consistente numero di pittori, stilemi di cui possiamo riconoscere gli elementi costitutivi: semplici contorni di un volto, la postura e la struttura delle mani femminili, i differenti atteggiamenti del Bambinello; ma anche straordinari paesaggi incantati, spalle di colline scoscese e alberate, città murate e fortificazioni, il profilo lontano di catene alpine. C’è tuttavia qualche cosa che è più difficile descrivere e definire del mondo belliniano: quell’estasi muta e pensosa, quell’essere amorevolmente assorti in insondabili pensieri virtuosi, quella mitezza e quasi pudore degli sguardi che è un’attitudine che parte dal Maestro e viene gelosamente conservata e tramandata dai seguaci. Quindi la ‘svolta’ atmosferica e tonale della sua pittura, nello sfumato in cui svanisce la percezione dei contorni e dei profili, dove i protagonisti sono avvolti e immersi in una luce dorata che nessuno però saprà più eguagliare.

Dai due celebri capolavori di Bellini in mostra – la “Madonna col Bambin Gesù “di esemplare semplicità e perfezione e il “Cristo porta croce”, così permeato di quel soffuso tonalismo magico e dorato che lo colloca tra le opere-manifesto della stagione matura intensa e filosofica della sua parabola artistica – il percorso espositivo propone importanti confronti, contaminazioni, suggestioni con opere di altri artisti, da Palma il Vecchio a Dosso Dossi fino a Tiziano e Tintoretto, o, addirittura, a maestri tedeschi e fiamminghi (come Mabuse e Mostaert) per sottolineare la centralità di Giovanni Bellini rispetto a uno scenario non solo veneziano e veneto (come ben aveva capito nei suoi passaggi veneziani Albrecht Dürer).

L’esposizione si sviluppa secondo una sequenza tematica che si dispiegherà nel percorso delle sale di Palazzo Sarcinelli: 1. L’alba del Rinascimento; 2. Madonne con il Bambino; 3. Sacre meditazioni e santi attorno al trono; 4. Cristo Passo e Salvatore;  5. Metamorfosi;  6. Trame di sguardi.

In tale trama narrativa ed espositiva si vengono a collocare nomi e personalità molto diverse, tutte accumunate da una più o meno intensa frequentazione di Giovanni Bellini e del suo atelier: assistenti che hanno lavorato al suo fianco nelle grandi imprese decorative di Palazzo Ducale o nelle sale delle Scuole di San Marco e di San Giovanni Evangelista; aiuti che hanno replicato le più fortunate tavole destinate alla devozione privata; artisti partiti da cartoni della bottega, che hanno poi continuato la loro ricerca in autonomia di ispirazione e di linguaggio, dichiarando però il loro legame profondo e irrinunciabile con la pittura del maestro.

Marco Bello, Andrea Previtali, i Santacroce, Luca Antonio Busati, Pasqualino Veneto, Jacopo da Valenza, Nicolò Rondinelli… Non più fantasmi: nella mostra prendono corpo e fisionomia nelle loro Madonnine, nelle loro Conversazioni, nei paesaggi di una idealizzata pedemontana, nella ragnatela di sguardi inquieti e nostalgici, attenti a recuperare tradizioni e caratteri derivati dal genius loci di periferie fiere e felici.

Alcuni di questi maestri hanno segnato anche il territorio coneglianese, tanto che, una volta ancora, sarà possibile costruire una sorta di mappa-itinerario del loro passaggio tra Conegliano e Asolo, tra Serravalle e la trevigiana, riprendendo una proposta che ha trovato nelle due mostre precedenti di questo ciclo un ampio consenso e un sincero apprezzamento dei visitatori: completare l’itinerario compiuto dentro le sale espositive con una fitta rete di affascinanti “scoperte” di capolavori sparsi sul territorio, per conoscere lo straordinario museo diffuso che caratterizza il nostro Paese.

La mostra è, dunque, un’occasione per interrogarsi sull’eredità belliniana, ricostruendo con originalità una rete di rapporti e connessioni, mettendo in luce il raffronto possibile tra storie e opere, protagonisti e comprimari su palcoscenici diversi e alternativi e tuttavia legati da analogie e contiguità logiche e strutturali.

 

Museo di Palazzo Fulcis

e le tre “Madonne” del Tiziano

Belluno – 28 aprile 2017

 

 

 

Tremila metri quadrati di spazio espositivo distribuito su cinque piani e articolato in 24 stanze; stucchi e affreschi settecenteschi recuperati; un allestimento rispettoso ed emozionante: a Belluno è tornato a splendere Palazzo Fulcis, nuova sede della collezione d’arte del Museo Civico, dopo un attento restauro e un accurato progetto museografico.

Bartolomeo Montagna, Domenico Tintoretto, Matteo Cesa, Andrea Brustolon, Marco e Sabastiano Ricci, Ippolito Caffima anche le preziose collezioni di porcellane, i rari bronzetti e le placchette rinascimentali, la raccolta di disegni e le incisioni di altissimo pregio hanno ora una nuova casa. E ancora oltre 600 opere della collezione del Museo Civico di Belluno – uno dei più antichi della regione – dal Medioevo al Novecento, sono ospitate dal 27 gennaio 2017 nelle rinnovate e funzionali sale di Palazzo Fulcis, uno degli edifici più importanti del Settecento veneto.



Direttamente dal Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo – per la prima volta in Italia, dopo oltre centosessanta anni – è inoltre giunta a Belluno la celebre “Madonna Barbarigo”, opera realizzata dal maestro intorno agli anni Cinquanta del XVI secolo. Dopo il lungo ed eccezionale restauro concluso da pochi mesi, che ne ha rivelato la sorprendente qualità originale, il magnifico dipinto, amato da Tiziano tanto da conservarlo in casa propria fino alla morte, è stata affiancata a due opere dello stesso soggetto provenienti  dal Museo di Belle Arti di Budapest e dalla Galleria degli Uffizi di Firenze. Potevamo non andare a vederle?

Ha chiuso il giro dedicato a Tiziano Vecellio la pala votata dal Consiglio di Serravalle per la chiesa di Santa Maria Nova a Vittorio Veneto nella primavera 1542, la Madonna con Bambino in gloria e santi Andrea e Pietro”. Lo sfondo della pesca miracolosa, raccontata nei vangeli, rende questa preziosa Pala una delle poche chicche del Maestro presenti ancora in suolo Veneto.  

 

Prima dell'alfabeto.

Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura.

Giovedì 6 aprile 2017

 

 

 

La mostra, promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue e curata dal professore Frederick Mario Fales dell’Università degli Studi di Udine, uno tra i più noti assirologi e studiosi del Vicino Oriente Antico, ci ha riportato indietro di quasi 6000 anni nella Terra dei Due Fiumi, in un universo di segni, simboli, incisioni, ma anche di immagini e racconti visivi, che testimoniano la nascita e la diffusione travolgente della scrittura cuneiforme, rivelandoci nel contempo l’ambiente sociale, economico e religioso dell’Antica Mesopotamia. Allestita a Venezia, presso Palazzo Loredan, sede dell’Istituto di Arte Veneta, non poteva essere ospitata in un edificio più suggestivo, tra tomi antichi e librerie cinquecentesche che creano uno sfondo impeccabile.

Tra i circa 200 pezzi della Collezione Ligabue, esposti per la prima volta, abbiamo ammirato strepitose tavolette e straordinari sigilli risalenti a millenni or sono, che hanno avuto il potere di rievocare la cultura assiro-babilonese nonché la grande civiltà di un territorio oggi inaccessibile. Tra reperti e apparati multimediali, anche testimonianze delle esplorazioni di Paul Emile Botta e Austen Henry Layard del XIX secolo, nonché singolari opere prese in prestito dai due musei archeologici di Venezia e Torino. La voce del curatore che come una musica di sottofondo leggeva nella lingua originale le tavolette in mostra, ha dato l’ultimo tocco di classe a quella che ritengo essere sicuramente la mostra più interessante dell’anno! 

 

 

GEORGE Tatge

ITALIA METAFISICA




Pordenone - Galleria Bertoia 

Venerdì 17 marzo 

ore 16.40









Nato a Istanbul nel 1951 da madre italiana (precisamente di Marostica) e padre americano, George Tatge fino a circa venti anni ha abitato in svariati paesi, non solo in Europa, senza fermarsi per più di due anni nello stesso posto, per trasferirsi alla fine in America. Dopo essersi laureato in lingue, la sua aspirazione era quella di diventare uno scrittore, si avvicina al mondo della fotografia e sceglie, oltre 40 anni fa, di vivere in Italia e di dedicarsi alla scoperta di questa terra affascinante e complessa. Ha così cominciato a raccontare la penisola con la sua Deardorff 13 x 18cm, una macchina leggendaria a soffietto che produce negativi in bianco e nero di grande formato che vengono stampati dall’autore stesso in camera oscura. 

Nella mostra «Italia Metafisica» allestita dal 18 marzo al 30 luglio 2017 alla Galleria Harry Bertoia di Pordenone, le immagini raccolte da Tatge raffigurano segni, simboli e geometrie sacre, ispirate dall’Italia “costruita”, e cioè, dall’opera dell’uomo. Non solo architettura, ma anche edifici minori e manufatti di ogni tipo che l’uomo lascia dietro di sé. Metafore e misteri dell'abitare temporaneo nei luoghi, e dell'inevitabile passaggio oltre.  Protagonista anche l'uomo, non solo i suoi interventi sul territorio, con tutti i significati sociali, industriali e religiosi che comportano. Ecco allora frammenti di realtà, giustapposizioni bizzarre e surreali, aperte, grazie all’ambiguità del contenuto, all’interpretazione di chi guarda. Alcuni spazi ritratti da Tatge possono ricordare le visioni dei pittori che hanno lavorato nel primo Novecento, ma il termine Metafisico è stato scelto, in questo caso, per sottolineare l’intento dell’autore di utilizzare un luogo fisico per esprimere un concetto astratto o un particolare stato d’animo.







Dopo la nota rassegna ‘Presenze-paesaggi italiani’, inaugurata nel 2008 a Firenze e dedicata alle trasformazioni del paesaggio italiano, il maestro propone ora una nuova serie di 66 fotografie anche questa volta eseguite in tutta l’Italia, sul tema delle tracce dell’operare dell’uomo sul territorio, su ciò che egli genera, produce, talvolta abbandona. «L‘architettura è nata dal profondo rispetto per la natura. Gli antichi si preoccupavano della questione dell’orientamento solare ed erano consci dei significati sacri ed archetipici delle forme geometriche», spiega Tatge. «Nell’uomo moderno c’è ancora un’inconscia consapevolezza di questi simboli. Sono questi che mi attraggono». 

Novità della mostra è l’esposizione nella sala alla fine del primo piano di 132 particolari estrapolati dalle 66 immagini presenti (due particolari per ogni scatto). Grazie all’uso di negativi di grande formato è stato possibile estrarre dettagli che si presentano quasi come immagini nuove, quasi una “mostra nella mostra”.

Il catalogo della mostra, edito da Contrasto, ha vinto un premio IPA della Lucie Foundation di N.Y. nel 2015 e il Premio Ernest Hemingway 2016 di Lignano Sabbiadoro. «Eleganti inquadrature, quelle di Tatge - spiega Guido Cecere nell'introduzione - calibrate e attente, che mettono assieme edifici o scheletri del passato carichi di storia con porzioni di paesaggio che posseggono un’espressività spesso apparentemente muta e sospesa nel tempo, ma in realtà, invece, densa di significati che vanno decriptati da chi guarda, praticando l’arte della contemplazione, senza fretta».




INFO:

Quando: dal 18/03/2017 al 30/07/2017

Orario: da mercoledì a domenica ore 15.00-19.00

Dove: Galleria Harry Bertoia - Corso Vittorio Emanuele II, 60 – Pordenone

Biglietto: intero Euro 3; ridotto Euro 1

Percorsi assistiti alla mostra: Associazione Amici della Cultura tel. + 39 349 7908128, 

e-mail  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Attività didattiche: Società Coop Arteventi tel. +39 3456454855, 

e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Contatto: Comune di Pordenone – tel. 0434/392960 - 0434/392918

http://www.georgetatge.com

Il Museo Civico d'Arte di Pordenone. 

Salvaguardia e restauro dopo il sisma del 1976

Palazzo Ricchieri

Venerdì 24 febbraio 2017

 

 

Due guide di eccezione per visitare la mostra  "Salvaguardia e Restauri dopo il terremoto del 1976", a cura di Angelo Crosato, già conservatore del Museo Ricchieri di Pordenone e Giancarlo Magri, restauratore. Infatti gli Amici della Cultura hanno fatto questo “viaggio nel passato” proprio con Angelo Crosato e il Maestro Magri, entrambi vecchie conoscenze consolidatasi in tutti questi anni di volontariato nel territorio. 



L’esposizione racconta come il terremoto del 1976, nei giorni successivi alla tragedia del 6 maggio e del 9 settembre, vide la struttura museale di Pordenone in prima linea nell’intensa opera di recupero, che ha portato al salvataggio di numerose opere d’arte.

L’allora Commissario Straordinario del Museo Civico d'Arte, comm. Antonio Forniz, e il titolare del laboratorio di restauro, attivato in Museo dal 1971, Gian Carlo Magri, operarono, affiancati dai rappresentanti della Sovrintendenza, dei comuni e delle parrocchie, un capillare intervento nei luoghi colpiti.



Centinaia di opere furono portate in salvo a Pordenone, da Andreis,  Lestans, Maniago, Spilimbergo, Valeriano ecc., ricoverate in Museo e nel Convento di San Francesco, per essere sottoposte a restauro e successivamente restituite alle comunità di appartenenza.
La mostra ha raccontato alcuni episodi di tale opera di inestimabile valenza culturale, civile e religiosa, svolta con grande sacrificio e competenza professionale, che ha permesso al territorio di vantare ancora uno dei patrimoni storico-artistici più rilevanti della Regione.

I NABIS

GAUGUIN E LA PITTURA ITALIANA D’AVANGUARDIA 

Palazzo Roverella + visita Palazzo Roncale 

Rovigo  11 gennaio 2017







Mercoledì 11 gennaio 2017 riprenderemo le attività con l’uscita a Rovigo per la visita guidata alla mostra I Nabis e a Palazzo Roncale. Partenza ore 8.00!


"I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d'avanguardia": è la mostra che racconta un'interessantissima vicenda d'arte. I grandi pittori di fine '800 e primi del '900, tra cui Emile Bernard, Cuno Amiet, Charles Cottet, Paul Gauguin, Felix Vallotton, Paul Sérusier, Gino Rossi, Oscar Ghiglia, Cagnaccio di San Pietro daranno vita ad un viaggio iconografico tra cromie e sentimenti. Da mare a mare, anzi da Oceano a Laguna, lungo itinerari che si sono dipanati, intrecciati, fusi in giro per tutta l'Europa. Un percorso di colori e di emozioni; unitario eppure variegato, fitto di storie che sono diventate leggende, anticipatore di tendenze e di mode. E non solo nel campo dell'arte.

Un centinaio di opere, alcune molto conosciute, altre ancora da scoprire, in un'esposizione unica e coinvolgente che racconta il fascino della semplicità.

La mostra documenta con ricchezza di materiali pittorici e grafici la nascita della figura moderna e la sua straordinaria avventura tra la scuola di Pont-Aven e il movimento dei Nabis attorno alla figura carismatica di Paul Gauguin prima della sua definitiva partenza per Tahiti e le isole Marchesi.

Le ricadute di quest'esperienza rivoluzionaria – fatta di una pittura sintetica e inedita nei suoi colori vivaci, nelle sue figurazioni bidimensionali, nei suoi elementari riferimenti simbolici – ci saranno anche in Italia e ci lasceranno segni indelebili grazie alla frequentazione che giovani artisti italiani ebbero dalla Bretagna e di quel mondo, con particolare riferimento al gruppo di pittori riuniti attorno alla Galleria d'arte moderna di Ca' Pesaro e al suo direttore, Nino Barbantini.
Questo cenacolo artistico riconobbe nell'isola di Burano una sorta di Pont-Aven lagunare, con gli stessi volti, gli stessi austeri segni del lavoro e della fatica conosciuti nei porti bretoni; la stessa religiosità primitiva dei perdoni, delle processioni con le statue dei santi, della pietà popolare senza tempo.


PALAZZO RONCALE 

Situato di fronte a Palazzo Roverella vede in esposizione le opere della collezione Centanini, recentemente donata alla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. 

Costruito tra il 1550 e il 1562 per volontà di Giovanni Roncale, desideroso di celebrare l’ascesa sociale ed economica raggiunta dalla sua famiglia proveniente dalle terre bergamasche, l’edificio si distingue per linee sobrie e severe, caratteristiche del Rinascimento maturo. 

Al suo interno si trovano opere d’arte, a cominciare dall’atrio ornato da quattro busti di antichi re, scolpiti da Antonio Bonazza. Le sale al primo piano custodiscono pregiati mobili di manifattura veneziana, due grandi arazzi di scuola fiamminga, tele con scene allegoriche e mitologiche attribuibili alla scuola veneta del XVII secolo, dipinti di carattere biblico probabilmente realizzati dal manierista Mattia Bortoloni, attribuiti a Joseph Heinz il giovane e un ritratto di Domenico Tintoretto, figlio di Jacopo, vestito da procuratore di San Marco.

Inoltre, il palazzo ospita nelle sue eleganti sale le opere della collezione Centanini. Una raccolta unica, con dipinti dal Seicento all’arte contemporanea, in prevalenza vedute di paesaggi, nature morte, ritratti. Tra gli artisti: Guercino, Magiotto, De Nittis, Lega, Signorini, Guidi, Chagall, Carrà.

 

 

 
Museo Diocesano di Arte Sacra 

Pordenone

 



 

Mercoledì 14 dicembre alle ore 11.00 appuntamento dei soci per la visita guidata dalla Dott.ssa Elisabetta Borean al Museo Diocesano di Arte Sacra di Pordenone. Seguirà il consueto scambio di Auguri Natalizi!

 

Costruito nel 1991 ed aperto ufficialmente al pubblico nel 1995, il Museo Diocesano di Arte Sacra ha sede a Pordenone presso il Centro Attività Pastorali, progettato dall’architetto Othmar Barth nel 1988. Organizzati con originalità e allo stesso tempo con rigore formale, si possono ammirare i vari nuclei riguardanti affreschi e sinopie, dipinti su tavola e tela, vetri, sculture lignee e in pietra, argenteria, disegni e stampe, paramenti liturgici.

 

La particolare natura del Museo ha indotto a seguire un duplice ordinamento; per materia (disposta cronologicamente) e per destinazione, facendo spazio alle testimonianze della pratica sacramentaria e della devozionalità. Nella composizione di quadreria, statuaria, suppellettile e arredo vario, dal VII secolo all’età contemporanea, frutto di artisti di varia levatura (dagli scultori Alvise Casella, Giovanni Martini, Orazio Marinali, ai pittori Pomponio Amalteo, Francesco Guardi, Nicola Grassi, Gianfrancesco da Tolmezzo, Michelangelo Grigoletti ed altri ancora) si è cercato di privilegiare gli attestati di provenienza locale, ricorrendo alle aree geografiche contermini allo scopo di colmare eventuali lacune di carattere iconografico. Risultato di antichi depositi, di donazioni o di affidamento in custodia, il Museo propone le proprie collezioni allestite in modo chiaro ed elegante.     

 

Martedì 6 dicembre alle ore 18.00, presso la Sala Incontri della Bastia del Castello di Torre, il Prof. Fulvio Dell'Agnese terrà una lezione sul tema "La figura di San Giuseppe nell'Arte" . 
Ingresso libero